Capitalismo cinese e scarsi controlli

di Sara Cristaldi Il dibattito si fa di giorno in giorno più serrato tra accademici e politici. Da Washington a Pechino, da Parigi a Berlino, libri e paper ragionano sul capitalismo che verrà: avrà ancora tratti anglosassoni o assumera un volto asiatico? L'Expo 2010 della pulsante Shanghai, oggi percepita come una delle città più cool del mondo, riuscirà a far avanzare la causa del primato prossimo venturo del "Beijing consensus" (confucianesimo+statalismo+capitalismo) sul declinante "Washington consensus" (mercato+valute fluttuanti+libere elezioni)? Ci si chiede in definitiva quale modello "affascinerà" le economie e i sistemi politici del mondo a venire, e non solo i paesi emergenti. Lo stato non è forse tornato protagonista anche nel mondo avanzato nella corsa contro il tempo per salvare il salvabile nel vortice della grande crisi finanziaria?
A prima vista, quello del "Beijing consensus", potrebbe anche sembrare un cammino segnato sulla strada della vittoria. Come sottolinea un sondaggio dell'americano Pew Research Center, pubblicato sull'ultimo numero di The Economist, ben l'85% degli abitanti della Nigeria nel 2009 aveva una posizione favorevole alla Cina (contro il 79% del 2008), così il 50% degli americani (contro il 39%), il 26% dei giapponesi (contro il 14%). E forse la soluzione "forzata" dei problemi (emblematica nella preparazione dell'Expo di Shanghai, come nelle Olimpiadi del 2008 o la più che contestata Diga delle Tre Gole sul fiume Yangtze) può apparire a governanti e governati di altri paesi una "via di uscita", a maggior ragione in tempi di recessione.
Nel frattempo «come la globalizzazione sta riducendo il mondo, così la Cina sta riducendo l'Occidente», limitando la proiezione dei suoi valori pur senza grancasse per non minare la propria crescita economica e causare l'esplosione del suo sistema interno. È la tesi, ad esempio del recentissimo libro dello studioso Usa Stefan Halper "The Beijing Consensus: How China's Authoritarian Model Will Dominate the Twenty-First Century (Basic Books, pag. 312).
Timori dei Signori di Pechino a parte, c'è poi chi dice che «Shanghai rappresenta il trionfo politico del cammino sudamericano, ancorato a preminenza degli interventi dello stato, grandi polarizzazioni urbane e liberalizzazioni distorte a favore degli investimenti esteri diretti a spese dell'imprenditoria locale». È la denuncia di Yasheng Huang (economista cinese in forze all'Mit) nel suo libro "Capitalism with Chinese Characteristics" (Cambridge University Press).
Quanto però può far presa sui sistemi del mondo avanzato un simile modello? In realtà il vero problema è la scarsa attenzione riservata finora alle rapide trasformazioni già avvenute e in corso nel mondo in via di emersione, se non emerso. Stephen King, capo economista della banca globale Hsbc, lo mette a nudo nel suo recente "Losing Control: The Emerging Threats to Western Prosperity" (Yale University Press, pag. 246). Fosco lo scenario: pesante redistribuzione del reddito e per i cittadini dell'Occidente avanzato la fine delle aspettative di un tenore di vita sepre più alto. Alla luce della "tragedia greca" dei giorni nostri l'Europa il controllo potrebbe averlo già perso. Cina o non Cina.
sara.cristaldi@ilsole24ore.com
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11/05/2010