CACCIA ALLA VOLPE TRA CINA E STATI UNITI

di Eugenio Buzzetti

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Pechino, 26 nov. - Cina e Stati Uniti sono divise dalla "caccia alla volpe". Inaugurata nel luglio scorso dal presidente cinese Xi Jinping, la caccia alla volpe prende di mira i cosiddetti "funzionari nudi", quelli che scappano all'estero con il bottino di anni di tangenti per non finire tra le maglie della Commissione Disciplinare che li dovrà giudicare. L'obiettivo della campagna è quello di rimpatriare i corrotti, che spesso fuggono proprio in Canada e negli Stati Uniti, con una predilezione per la California, e giudicarli in base alla legge cinese. Nel 2013 sono stati 762 gli ex funzionari rimpatriati in Cina, accusati di essersi intascati più di dieci miliardi di yuan di tangenti, 1,2 miliardi di euro, secondo i dati della Corte Suprema cinese. A tutt'oggi, in quasi trenta anni da cui è in vigore una legislazione per il rimpatrio dei funzionari corrotti, la Cina ha concluso 39 trattati di estradizione con altri Paesi, 29 dei quali già operativi.

Recentemente, Pechino ha vinto un importante round, durante il vertice Apec, con l'impegno sottoscritto dai 21 Paesi membri per la cooperazione nelle operazioni di anti-corruzione, ma a ostacolare il rientro dei funzionari c'è, in molti casi, una sostanziale diffidenza nei confronti del sistema giudiziario cinese, secondo quanto spiega il direttore generale del Dipartimento per gli affari legali del Ministero degli esteri, Xu Hong. "Molti giudici stranieri non capiscono realmente la Cina e il suo sistema legale", ha spiegato il funzionario in conferenza stampa oggi al Ministero degli Esteri, una posizione che impedisce a questi Paesi di collaborare con la Cina nella caccia ai fuggitivi. Le parole di Xu sono rivolte soprattutto agli Stati Uniti, con cui la Cina ha rafforzato i legami nel settore legale, ma con cui non ha ancora stipulato un trattato di estradizione, e dove sono circa 150 i funzionari accusati di reati di carattere economico a trovare rifugio, secondo stime ufficiali di Pechino.

Il caso più noto di estradizione in Cina risale a tre anni fa, e ha visto protagonista l'imprenditore e contrabbandiere Lai Changxin, la cui vicenda è raccontata in un libro di Oliver August, "Inside the red mansion", pubblicato in Italia da Adelphi con il titolo "Il fuggiasco di Xiamen". Lai è stato deportato in Cina dal Canada dopo che gli era stato negato lo status di rifugiato - non ufficialmente estradato, quindi - dopo dodici anni di latitanza, e condannato all'ergastolo, pochi mesi dopo, nel maggio del 2012 dal tribunale di Xiamen. I tempi lunghi di attesa, ha spiegato l'avvocato di Lai, David Matas, erano dovuti alla preoccupazione dei giudici canadesi, che una volta rientrato in patria, il suo cliente potesse essere sottoposto a torture o ad altre pratiche illegali per l'estorsione delle confessioni. Anche il caso di lai Changxin si è risolto, molti altri funzionari scappati all'estero con il bottino sono, però, ancora in giro per il mondo, e proprio a loro il presidente cinese intende dare la caccia.

Mentre sul fronte interno è cominciato un terzo round di indagini che vede nel mirino i gruppi del settore energetico e delle telecomunicazioni, sul fronte internazionale la Cina ha oggi 52 trattati di cooperazione giudiziaria con altri Paesi, 46 dei quali già in vigore. Nella "caccia alla volpe", il governo ha voluto tendere la mano ai fuggitivi, ma il tempo sta per scadere: mancano pochi giorni al 1 dicembre, data entro la quale, il ritorno volontario in patria dei funzionari "nudi", produrrà uno sconto di pena. La mancanza di un vero e proprio trattato di estradizione con Stati Uniti, Canada e Paesi Bassi - le tre mete privilegiate dai funzionari in fuga - non scoraggia, però, la campagna contro la corruzione dei funzionari del partito all'estero. "Abbiamo superato le barriere, come le differenze nelle leggi e nei regolamenti di Paesi diversi - ha concluso Xu Hong di fronte alle telecamere di CCTV - e abbiamo accumulato esperienze e casi di successo nel rispetto delle leggi cinesi".


26 novembre 2014

 

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