Brasile e Cina a caccia di affari

Roberto Da Rin
SAN PAOLO. Dal nostro inviato
La carta geografica occupa gran parte della parete del suo ufficio. L'ingegnere ci si avvicina e traccia due direttrici, rispetto al Brasile: una verso nord e una verso ovest. Lo fa con una bacchetta, quasi fossimo sul palco di una sala conferenze. «Li vede? Questi due flussi indicano la centralità degli interessi brasiliani: la Cina e gli Stati Uniti. Tutto il resto conta poco».
L'ingegnere, Nelson Gonzales, è titolare di una piccola impresa che produce motori elettrici. Non riceve aiuti statali e sta sul mercato grazie alla sua capacità di innovazione. Un'ora prima di quest'incontro, il telegiornale brasiliano ha trasmesso l'intervento di un industriale agrario di spicco, Carlo Lovatelli, che annunciava la disponibilità del Brasile a raddoppiare l'export di olio di soia verso la Cina.
Un supermanager conosciuto da tutti, Sergio Gabrielli de Azevedo, presidente di Petrobras, in ogni intervento pubblico destina alcuni minuti al ruolo della Cina nello sviluppo delle attività petrolifere brasiliane.
Ecco, a pochi giorni dalla visita a Brasilia del presidente cinese Hu Jintao (a partire da domani), questi sono solo tre esempi, tre episodi, che descrivono il sentiment dei rapporti Brasile-Cina. Petrolio, soia e aerospaziale sono i tre settori su cui si concentrano le alleanze di un asse che, negli ultimi cinque anni, ha abbondantemente soverchiato la somma di tutte le relazioni bilaterali tra Brasile ed Europa e superato quelle tra Brasile e Stati Uniti. Nonostante la crisi mondiale, il commercio bilaterale tra Brasile e Cina è salito a un ritmo superiore al 50% annuale.
E così, nel 2009 la Cina si è convertita nel principale socio commerciale di Brasilia, un primato che per tutto il Novecento era appartenuto agli Stati Uniti.
Sia chiaro, i vincoli tra America latina e Asia non sono una novità degli ultimi anni. Tra il 1560 e il 1815 una flotta di galeoni spagnoli effettuava un viaggio all'anno tra Acapulco, in Messico, e Manila nelle Filippine. Le navi erano cariche di argento e pietre preziose; al ritorno caricavano sete e porcellane cinesi, poi acquistate da ricchi mercanti messicani e peruviani.
Ora l'obiettivo di Lula da Silva, che si accinge a chiudere il secondo mandato presidenziale con un consenso record, superiore all'80%, è quello di migliorare la cooperazione nel settore tecnologico-satellitare e in quello dei biocombustibili.
La piattaforma su cui si svilupperanno ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è il Pac (Piano economico congiunto), un programma bilaterale firmato lo scorso anno a Pechino, in occasione del viaggio di Lula.
Su tutti vale però la pena di menzionare l'accordo energetico tra Brasile e Cina, siglato attraverso Petrobras e Sinopec, la società petrolifera cinese. Un prestito di 10 miliardi di dollari, reso possibile dalle grandi riserve della banca centrale cinese, in cambio di petrolio. L'intesa durerà dieci anni e prevede l'invio di 150mila barili di greggio nel primo anno e di 200mila nei successivi nove. L'interesse per il prestito è pari al 6,5% all'anno.
L'accordo tra Brasile e Cina è praticabile grazie all'aumento di produzione petrolifera che entro breve verrà realizzato grazie agli impianti offshore, al largo di Santos e di Rio de Janeiro. Una sfida che il presidente di Petrobras, Gabrielli, ha definito «storica» anche perché prelude a probabili partecipazioni brasiliane nelle esplorazioni in Cina.
Qualche mese fa il "numero uno" di Petrobras si è premurato di rassicurare le compagnie internazionali, europee e nordamericane, che operano in Brasile. «Non le abbandoneremo, per loro non ci saranno penalizzazioni». Ma a Planalto, negli uffici presidenziali di Brasilia, si ammette di aver concesso spazio alle imprese cinesi fornitrici di servizi petroliferi. E ciò, inutile negarlo, potrebbe danneggiare il dominio degli americani di Schlumberger e di Halliburton.
Tuttavia, per evitare incidenti diplomatici, l'ambasciatore cinese a Brasilia, Qui Xiaqi, da tempo ripete che «la Cina non è interessata a conseguire maggiore influenza in America latina».
L'ultima zampata dei brasiliani è la tempestiva offerta di soia ai cinesi, sostituendo l'export argentino, frenato da una impasse politico-commerciale che Buenos Aires vive con Pechino. La scorsa settimana la Cina, a causa di un conflitto doganale, ha annunciato il temporaneo blocco dell'import di soia da Buenos Aires, e Brasilia ha immediatamente offerto 400mila tonnellate in più, oltre alle 500mila inviate normalmente ogni anno.
Uno zelo, quello brasiliano, che ha irritato gli argentini, oltretutto soci di un Mercosur che dovrebbe promuovere più gioco di squadra. Ma …business is business. Gli affari sono affari.
roberto.darin@ilsole24ore.com
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COOPERAZIONE FRUTTUOSA


Maxi-prestito in cambio di greggio

10 miliardi
Il prestito di Pechino
Grazie anche alla solidità delle riserve della banca centrale cinese, Pechino ha concesso al Brasile un maxiprestito da 10 miliardi di dollari, in cambio dell'invio di petrolio. L'interesse del prestito è pari al 6,5% annuo

200mila
Barili di greggio annui
In base al prestito contenuto nell'intesa tra Petrobras e Sinopec (le due società petrolifere nazionali), il Brasile garantirà alla Cina 200mila barili di petrolio all'anno per dieci anni (tranne il primo anno, in cui ne manderà 150mila).

50%
L'aumento degli scambi
La crisi economica internazionale non ha frenato il ritmo di crescita annuale del commercio bilaterale tra Brasile e Cina. A guidare la crescita delle relazioni è il Piano economico congiunto (Pac) firmato l'anno scorso a Pechino

400mila
Tonnellate di soia
Dopo il blocco cinese delle importazioni di soia dall'Argentina, il Brasile ha prontamente offerto a Pechino 400mila tonnellate in più all'anno (oltre alle 500mila già inviate) per "compensare" le perdite da Buenos Aires

13/04/2010