Boom dell'import cinese

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il trade surplus cinese continua a perdere quota. Dopo la battuta d'arresto accusata nel 2009, la prima dopo sei anni di crescita sfrenata, l'avanzo commerciale del Dragone esce ridimensionato anche dal 2010. Niente di preoccupante, per carità: al 31 dicembre scorso, il saldo import-export di Pechino è ammontato a 183 miliardi di dollari, 13 miliardi in meno rispetto all'anno precedente.
La riduzione del surplus commerciale coincide con il record del commercio estero cinese. A dicembre, hanno comunicato ieri le Dogane di Pechino, le esportazioni del Dragone nel mondo hanno registrato un aumento del 18% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, portandosi a 154 miliardi di dollari. Per la Cina, che proprio l'anno scorso di questi tempi scalzò la Germania diventando il primo paese esportatore del mondo, si tratta di un primato nel primato: a dicembre 2010, infatti, il valore assoluto delle vendite di made in China sui mercati internazionali è stato il più alto di tutti i tempi.
Frattanto, anche le importazioni di merci straniere hanno raggiunto il loro massimo storico attestandosi a 141 miliardi di dollari, il 26% in più rispetto a dicembre 2009. Questo robusto balzo in avanti è stato sostenuto soprattutto dai massicci acquisti dall'estero di energia e materie prime fatti dalla Cina per sostenere la crescita degli investimenti domestici e dell'intera domanda interna. I flussi di merci in entrata e in uscita di dicembre hanno generato un surplus commerciale mensile di 13 miliardi di dollari, quasi la metà rispetto ai 23 miliardi registrati a novembre.
Insomma, a giudicare dai dati degli ultimi ventiquattro mesi, i volumi complessivi del commercio estero cinese continuano a lievitare a ritmo impetuoso, ma i tassi di crescita delle importazioni (+39% in tutto il 2010) sono ormai costantemente superiori a quelli delle esportazioni (+31%). Il che lascia pensare che la grande transizione dell'economia cinese dal vecchio modello export oriented a un paradigma più equilibrato e meno rischioso basato sui consumi interni, da lungo tempo auspicata dai partner commerciali di Pechino e dallo stesso governo cinese, è finalmente cominciata.
A confermarlo sono anche altri dati. Uno su tutti: nel 2010 le vendite di auto passeggeri oltre la Grande Muraglia sono aumentate del 33% a 13,8 milioni di pezzi. Con questi numeri il mercato cinese delle quattroruote, un settore tradizionalmente trainante della domanda domestica di un paese, è e resterà per lungo tempo il più grande e promettente del mondo. Con tutto ciò che ne consegue.
Per la Cina questo nuovo trend dovrebbe rappresentare un valido argomento per respingere le accuse di protezionismo valutario degli Stati Uniti. Da tempo, Washington sostiene che la Cina mantiene il tasso di cambio della propria moneta, lo yuan-renminbi, a un livello artificialmente basso per sostenere la competitività delle proprie manifatture sui mercati internazionali. Pechino si è sempre difesa affermando che i vantaggi competitivi del made in China hanno una natura strutturale e non derivano dalla presunta sottovalutazione dello yuan.
La questione è controversa. Da un lato, un surplus commerciale che oggi ammonta a quasi 120 miliardi di dollari in meno rispetto al picco toccato nel 2008 è un elemento che dovrebbe allentare le pressioni politiche americane sulla questione dello yuan. Dall'altro, però, è anche vero che finora gli Stati Uniti hanno beneficiato solo marginalmente del boom dell'import cinese. Prova ne sia che, anche nel 2010, l'avanzo commerciale di Pechino nei confronti di Washington è continuato ad aumentare a un ritmo forsennato: +26% per un totale di 181 miliardi di dollari. La settimana prossima, alla Casa Bianca, i presidenti delle due superpotenze, Hu Jintao e Barack Obama, discuteranno soprattutto di questo.
Ieri intanto la Cina ha raggiunto accordi con il Regno Unito nei settori automotive ed energetico per un totale di 4 miliardi di dollari: riguardano le vendite di veicoli Jaguar e Land Rover (che fa capo all'indiana Tata) in Cina; e le trivellazioni congiunte nel Mar cinese meridionale da parte di Bp e di China National Offshore Oil Corp.
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11/01/2011