Big Pharma guarda a Oriente

Dabur Pharma, quartier generale a Ghaziabad, India. Mille dipendenti, 77 milioni di dollari di fatturato. Una società di medie dimensioni, sconosciuta ai più. Poi, due anni fa, lancia il Nanoxel, la prima nanoparticella per farmaci a rilascio controllato a essere sviluppata al di fuori degli Stati Uniti. Viene acquisita dai tedeschi della Fresenius e, soprattutto, apre una via. Quella delle grandi farmaceutiche occidentali che fanno shopping nei Paesi emergenti guardando non al mercato dei farmaci generici, ma alla ricerca e sviluppo di nuovi preparati.
Sullo scacchiere della farmaceutica mondiale si sono susseguite diverse mosse nell'ultima settimana: l'acquisizione dell'americana Wyeth da parte di Pfizer, l'offerta di Roche per Genentech, le intenzioni dichiarate di shopping da parte di Sanofi-Aventis, AstraZeneca e Novartis. Tante operazioni, un'unica motivazione alle spalle: con il mercato dei generici che galoppa, vince chi punta tutto sulla ricerca di medicinali innovativi. Dove innovativi sta per biotech: difficili da trasformare in farmaci generici e quindi a lungo redditizi per chi li scopre.
Pfizer ha scelto Wyeth perché è forte nei vaccini e nelle biotecnologie. Altre acquisizioni in questo senso seguiranno: secondo alcuni analisti, sul piatto ci sarebbero già le americane Amgen e Biogen. Ma secondo altri, i tempi sarebbero maturi perché il bacino d'utenza di Big Pharma si allarghi a Oriente. E non solo per operazioni come quella della giapponese Daiichi Sankyo, che lo scorso giugno ha rilevato il big indiano Ranbaxy. Perché all'ombra delle note fabbriche di medicinali generici di India e Cina, si starebbero sviluppando dei piccoli gioielli del biotech e della genomica. Gemme che crescono grazie alle esenzioni fiscali, e che si rendono appetibili per via dei costi di gestione ridotti di un terzo.
«Le compagnie occidentali vanno nei Paesi emergenti per fare outsourcing di una parte del processo di produzione dei farmaci, ma lo faranno anche per fare shopping di società – sostiene Michael Zeng, del Fondo Mandarin, che ha recentemente acquisito l'italiana Euticals e ora l'accompagna in Cina a caccia di sinergie –. Cina e India saranno i principali target, difficile dire chi si comporterà meglio».
Si sbilancia di più il dottor Vivek Wadhwa, della Duke University, autore per la Kauffman foundation di un'interessante ricerca sull'innovazione farmaceutica nei Paesi emergenti. E fa i nomi delle società da tenere d'occhio come possibili target di acquisizioni in un futuro non necessariamente lontano. Aurigene, per esempio, piccola biotech indiana con 220 ricercatori, che già oggi svolge parte della ricerca per conto di big come Johnson & Johnson, Merck, Novo Nordisk. Oppure Shanghai Bio, che opera nei difficili campi della genomica e della proteomica: con la Merck ha già un contratto di collaborazione di lungo periodo per studi oncologici, ma all'attivo ha già una ventina di progetti internazionali. Oppure ancora Dr. Reddy's, uno dei colossi indiani dei farmaci generici, che però gestisce anche progetti di ricerca in proprio sulle malattie metaboliche, su quelle cardiovascolari e sulle infezioni di origine batterica.
Due delle tre aziende sotto la lente del dottor Wadhwa sono indiane. Lui non ha dubbi: «New Delhi sta portando avanti molta più ricerca avanzata di quanto non faccia Pechino, nonostante tutti gli incentivi che il Governo cinese sta fornendo al settore in fatto di esenzioni fiscali e sussidi diretti». Dietro la maggiore propensione delle farmaceutiche alla ricerca di base made in India c'è una ragione ben precisa. Per anni, per poter vendere i loro generici sul mercato americano, le società indiane hanno dovuto studiare a menadito i dettami della Fda, l'ente Usa che rilascia l'approvazione ai farmaci. Finendo così per saper operare secondo le logiche richieste dai mercati occidentali. La Cina però conserva un primato: «quello nel segmento dei test clinici – ricorda Wadhwa – grazie anche alla sua legislazione non proprio stringente in materia di sperimentazioni sugli animali e sull'uomo». Tale è il vantaggio di Pechino su New Delhi, ricordano da Pricewaterhouse, che si verifica anche il paradosso: l'indiana Suven si è rivolta alla cinese Vpscro e le ha affidato in appalto una serie di test.
Tra gli osservati speciali lo studio della Kauffman foundation cita anche la cinese Hutchison MediPharma, per le sue ricerche sul cancro alla testa e al collo, e l'indiana Advinus, fondata da Rashmi Barbhaiya dopo 21 anni di lavoro alla Bristol-Myers Squibb, e concentrata sulle malattie metaboliche. Gli analisti di Pricewaterhouse segnalano anche la cinese Hengrui, che detiene un'ampia fetta del mercato locale degli antitumorali, e la conterranea SiBiono, che opera sulla frontiera avanzata della genomica.
Ma suggeriscono, anche, di guardare oltre il fenomeno Chindia. A Taiwan, per esempio, dove il Governo sta attivamente supportando il comparto biotech. Mentre sul fronte dei test clinici si starebbero facendo timidamente avanti Thailandia a Malaysia.
micaela.cappellini@ilsole24ore.com

SCONTO SUI PREZZI



300 dollari
Un campione di tessuto in Cina
Fare ricerca nei Paesi emergenti è economicamente vantaggioso: lo stesso campione di tessuto per esperimenti negli Stati Uniti costa 2mila dollari. Nel campo della ricerca farmaceutica, il risparmio che si può ottenere in Cina o in India può arrivare fino a un quarto del prezzo dell'esperimento
100
Stabilimenti approvati Fda
L'India ha il numero più alto al mondo (Stati Uniti esclusi) di strutture per la produzione di farmaci in regola con i dettami dell'Fda, l'ente a stelle e strisce per l'approvazione dei farmaci
180 milioni $
La ricerca appaltata alla Cina
Il giro d'affari generato dalle farmaceutiche occidentali che fanno outsourcing a Pechino è destinato a raggiungere quota 770 milioni nel 2012. Attualmente in Cina ci sono 200 società che lavorano per Big Pharma
Gli accordi con Big Pharma ed emergenti sotto la lente

India


India


India


India


pForest
pNovo Nordisk
pJohnson & Johnson
pMerk
pForest
pMerck
pEly Lilly

Cina


pEly Lilly
pMerck
pProcter & Gamble

India


p Ely Lilly

India


p Wyeth

India


p Ely Lilly
p Merck

Presidente e Ceo


Circa trecento dipendenti,
la farmaceutica cinese si occupa
di genomica, proteomica
e farmacogenomica, tutti campi avanzati della ricerca
sui medicinali. Ha già contratti
di ricerca per conto di una ventina di grandi case farmaceutiche occidentali

Ceo


A Bangalore dal 2002, Aurigene è specializzata nella ricerca biotech. Ha 220 ricercatori e lavora
per conto di Forest Labs, Johnson & Johnson, Orion, Novo Nordisk, Debio, Merck, Elan e RheoScience. I suoi costi di ricerca
sono pari a un quarto di quelli
delle sue concorrenti occidentali

Vicepresidente e Ceo


Dr. Reddy's è uno dei colossi indiani dei farmaci generici,
ma gestisce anche progetti
di ricerca in proprio: malattie metaboliche, problemi cardiovascolari, infezioni batteriche. Fondata nel 1984,
il suo fatturato oggi si aggira intorno a 1,4 miliardi di dollari

03/02/2009