Beste apre l'archivio Giannini

Nel 2005, quando il gruppo tessile di famiglia era in piena crescita, Giovanni Santi acquistò una piccola azienda di confezione a Empoli (Firenze) e cominciò a produrre anche capi d'abbigliamento.
«Qualcuno mi prese per pazzo – ricorda l'imprenditore pratese – ma l'obiettivo era proporre il prodotto finito ai clienti che fino a quel momento compravano da noi soltanto il tessuto». Quest'anno, a un lustro di distanza, il fatturato della divisione abbigliamento di Beste supererà quello della divisione tessile, spingendo la crescita del gruppo: le vendite di capi toccheranno i 16 milioni di euro (in aumento del 100% sul 2009), contro i 14 milioni di euro di quelle di tessuti (in calo del 5%), per un totale atteso di 30 milioni di ricavi, che segneranno uno sviluppo vicino al 25 per cento. Oggi Beste è uno dei pochi gruppi pratesi che presidia l'intera filiera del tessile-abbigliamento, unica strada, secondo molti, per salvare il know how del distretto toscano e garantire ad esso un futuro. Come sottolineato qualche mese fa da Riccardo Marini, in occasione della sua rielezione a presidente degli industriali pratesi.
Ma torniamo a Beste: negli stabilimenti di Prato e Como entrano il filo o il tessuto grezzo, ed escono i capi finiti destinati a griffe come Dolce&Gabbana, Tommy Hilfiger, Etro, Max Mara, Prada, Diesel. La cucitura avviene per il 20-25% in Italia, perlopiù in laboratori gestiti da cinesi nell'area di Empoli, e per il resto in Cina. «Nel 2006 capimmo che era difficile competere producendo solo in Italia – spiega Giovanni Santi, 46 anni, amministratore delegato del gruppo gestito con i fratelli Luca, 41 anni, Matteo, 39 e Maria Grazia, 34 – e ci mettemmo alla ricerca di fasonisti in Cina. Ora stiamo per aprire la filiale "Beste China" a Shanghai, che accoglierà show room e tecnici incaricati di seguire il ciclo produttivo». Il costo del lavoro, secondo Santi, giustifica ampiamente la "trasferta". «Cucire un giubbino in Cina costa ancora 10 euro, mentre qui se ne spendono 40 – spiega l'imprenditore di prima generazione (il padre aveva un forno), che ha fondato il gruppo nel 1993 –. In Italia continuiamo a produrre le prime linee delle collezioni, oltre che ad avere la testa pensante, la prototipia e il campionario».
È proprio per offrire stimoli e idee agli stilisti che gli commissionano gli abiti, che Beste si è appena assicurata una "miniera" stilistica: si tratta di 14mila capi e accessori vintage provenienti da tutto il mondo, selezionati in 30 anni di attività da "cenciaiolo" dal padre di Daniele Giannini (storica famiglia toscana del tessile), che ora li ha archiviati e esposti in un capannone alla periferia di Prato. Si va dagli abiti militari della prima guerra mondiale a quelli da sera degli anni Venti, fino a cappelli, occhiali, borse, mantelli, conservati con passione unica. «Sono pezzi "vergini", che nessuno ha mai visto – spiega Santi – e che possono offrire spunti stilistici preziosi per i nostri clienti. L'archivio Giannini è espressione della genialità di Prato e segna la riscoperta delle nostre origini, e lo apriremo solo a clienti selezionati che sono interessati a produrre con noi capi finiti». Il primo dovrebbe essere Paul Smith, già cliente dei tessuti Beste, che nei giorni scorsi è venuto a vedere i modelli vintage dell'archivio Giannini by Beste.
Ma nel futuro di Beste c'è anche dell'altro. Dopo aver accumulato esperienza come terzista delle griffe, Santi sogna un marchio tutto suo. «Passare dal tessile all'abbigliamento non è stato facile, e ha voluto dire imparare un'attività completamente diversa – conclude l'imprenditore –. Gestire un marchio proprio vorrebbe dire fare un altro lavoro ancora, e se lo farò sarà con una distribuzione diversa da quella tradizionale».
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30/08/2010