Bernanke attacca Pechino sui cambi

FRANCOFORTE. Dal nostro corrispondente
È passata appena una settimana dal vertice del G-20 in Corea del Sud, e il clima tra i maggiori paesi del mondo rimane teso. La Federal Reserve ha colto ieri l'occasione di un convegno a Francoforte non solo per difendere la propria politica monetaria, ma anche per criticare la strategia valutaria cinese. Gli appelli a una nuova collaborazione internazionale non sono mancati durante la conferenza francofortese, ma il cammino appariva ieri sempre lungo e tortuoso.
«L'attuale sistema monetario non funziona come dovrebbe», ha detto il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke durante un discorso a cui hanno assistito alcuni tra i principali banchieri centrali del mondo. «La sottovalutazione delle monete di paesi che registrano un attivo delle partite correnti sta bloccando il necessario aggiustamento a livello mondiale e creando effetti a cascata che non esisterebbero se i cambi riflettessero i fondamentali di mercato».
La presa di posizione è apparsa una nuova critica alla Cina, il cui renminbi è tenuto artificialmente debole per aiutare l'export. Il paese asiatico è accusato da più parti - in America e in Europa - di non permettere un riequilibrio delle partite correnti tra paesi in deficit (gli Stati Uniti) e paesi in attivo (la Cina). «Disavanzi e surplus sono causati dall'atteggiamento di molti paesi, non dal comportamento di una sola valuta» ha aggiunto Bernanke.
Il banchiere centrale americano ha voluto così difendere la politica monetaria della Fed, che ha deciso di acquistare titoli sul mercato iniettando nell'economia altri 600 miliardi di dollari. La scelta è stata molto criticata, in particolare da chi vi vede il tentativo di indebolire il dollaro. C'è chi ha paura anche di nuove bolle finanziarie; chi teme un forte aumento dei flussi di capitale verso i mercati emergenti; e chi è preoccupato da fiammate inflazionistiche.
Bernanke ha invece ribattuto che la recente decisione della Fed deve servire a sostenere l'economia americana e a ridurre il rischio di avere negli Stati Uniti «milioni di disoccupati o di sottooccupati per molti anni». E ha aggiunto: «Una eventualità che una società dovrebbe considerare inaccettabile». Indirettamente, il governatore della Federal Reserve si è riferito alla paura di una nuova grande depressione come quella degli anni 30.
Più in generale, il banchiere centrale americano ha messo l'accento sulla ripresa a due velocità dell'economia mondiale: da un lato i mercati emergenti in forte crescita; dall'altro i paesi avanzati in stagnazione o quasi. «Poiché - ha avvertito - la forte crescita degli emergenti dipenderà in ultima analisi dalla ripresa dei paesi avanzati, questo modello di doppia crescita potrebbe trasformarsi in crescita debole per tutti, se la ripresa negli stati industrializzati non si concretizzasse».
Agli occhi quindi del governatore americano una maggiore flessibilità della moneta cinese, e in generale di quelle asiatiche, non serve solo a riequilibrare le partite correnti ma anche a evitare una frenata dell'economia mondiale. Ieri nel criticare il governo cinese, la Fed ha avuto l'appoggio sia del presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet che del direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn.
Il banchiere centrale ha avvertito che «se non correggiamo per tempo gli squilibri finanziari globali rischiamo di creare gravi problemi futuri». Il direttore dell'Fmi ha invece sottolineato che al recente vertice del G-20 in Corea del Sud tutti si erano detti d'accordo con questo principio: «Più si è grandi e importanti, più si hanno responsabilità». Strauss-Kahn non lo ha detto, ma è sembrato pensare anche lui alla Cina.
Da Pechino fino a ieri sera non era giunto alcun commento ufficiale alle dichiarazioni francofortesi. In filigrana del dibattito di ieri organizzato dalla Bce è emersa chiaramente la preoccupazione di una mancanza di prospettiva sovranazionale a livello mondiale. In questo senso, non sono mancati gli appelli alla cooperazione internazionale, mentre crescono i timori di protezionismo. Su questo fronte, il direttore dell'Fmi ha criticato anche le tendenze nazionalistiche in Europa.
Riferendosi alla gestione dei conti pubblici, Strauss-Kahn ha detto di notare «una mancanza di visione europea». Ha affermato che «la pressione dei pari (nel consiglio europeo, ndr) non ha funzionato», che è giunto il momento di cambiare marcia. «Un'idea è di trasferire fuori dal consiglio la responsabilità sulla disciplina delle finanze pubbliche». Indirettamente l'ex ministro delle Finanze francese ha quindi criticato la scelta di sanzioni ai paesi in deficit eccessivo decise dalla politica.
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20/11/2010