Bashir mostra i limiti della Corte

Prima un enigmatico commento di un diplomatico cinese:«Non ne sappiamo nulla». Poi un anomalo comunicato ufficiale da parte del ministero degli Esteri: «L'arrivo di Omar al-Bashir nella capitale cinese, che era atteso ieri sera (domenica, ndr), è stato rinviato a causa di un cambio di volo sui cieli del Turkmenistan in un momento in cui non si poteva trovare una rotta alternativa. Il pilota è stato costretto a tornare in Iran».
Sarà anche una coincidenza, ma la visita ufficiale in Cina del presidente sudanese accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità, avrebbe coinciso con il giorno in cui un altro capo di Stato, il colonnello Muammar Gheddafi, ha ricevuto un simile trattamento da parte della Corte penale internazionale (Cpi): mandato d'arresto per crimini di guerra. Omar Al-Bashir è stato il primo capo di Stato in carica incriminato dalla Cpi, nel marzo del 2009. Da ieri c'è anche Gheddafi.
Il caso Bashir sta assumendo i contorni di un giallo. Chi insinua che il viaggio sia stato cancellato a causa di non meglio precisate pressioni internazionali. Chi, invece, parla solo di rinvio, assicurando che Bashir arriverà oggi a Pechino per una visita di quattro giorni e che già domani dovrebbe incontrare il presidente cinese Hu Jintao. Al centro dell'agenda la spinosa questione dell'indipendenza del Sudan del Sud - il prossimo 9 luglio - e l'impatto sui grandi interessi cinesi in tutto il Paese. Pechino importa più del 60% del greggio estratto in Sudan, dove ha costruito infrastrutture e raffinerie per diversi miliardi di dollari. In febbraio ha vinto un un contratto da 1,2 miliardi per costruire il nuovo aeroporto di Khartoum.
Oggi, domani, o anche più tardi il viaggio in Cina di Bashir sarebbe comunque una schiaffo alla credibilità della Corte. Capace, peraltro, di creare un pericoloso precedente, vanificando gli sforzi per far rispettare i mandati di cattura. Il walzer di Bashir, che passa da un Paese all'altro dell'Africa, tra cui anche quelli firmatari della Cpi, è motivo di imbarazzo per i magistrati dell'Aja. L'anno dopo l'incriminazione Bashir, al potere dal 1989, ha vinto le prime - controverse - elezioni multipartitiche della storia del suo Paese. E questo a dispetto dei due mandati, emessi nel 2009 e nel 2010, che imputano 10 distinte fattispecie di reato, tra cui omicidio, sterminio, trasferimento forzato di popolazione, tortura e stupro, legati soprattutto alla guerra in Darfur, dove dal 2003 - precisa la Cpi - sono morte oltre 300mila persone.
Le accuse della Cpi «non valgono l'inchiostro con cui sono scritte», ha commentato Bashir. Il quale può contare sulle critiche al mandato di cattura da parte della Lega Araba e dell'Unione Africana. Quest'ultima ha esortato i suoi Stati membri a non arrestarlo (con 30 Paesi, l'Africa è il continente con il maggior numero membri aderenti alla Cpi). Così, Bashir sfida da due anni la Corte. Dopo l'incriminazione è stato accolto con gli onori di un capo di Stato in Qatar, in Egitto, dove ha incontrato l'ex presidente Hosni Mubarak, in Libia, dove ha visto per due volte il colonnello Gheddafi. Paesi che non hanno aderito al trattato istitutivo della Corte. Ma che «dovrebbero implementare la legge internazionale ed aiutarci a fermare il genocidio in Darfur» ha precisato il procuratore della Cpi Luis Moreno-Ocampo. Poi il viaggio in Ciad, il primo Paese membro della Cpi ad aver disobbedito al mandato di cattura. Seguito dal Kenya, lo scorso agosto, dove Bashir ha partecipato alla cerimonia per la nuova Costituzione, suscitando il disappunto del presidente americano Barack Obama: «Crediamo sia importante che il Kenya onori i suoi impegni con la Corte penale internazionale», aveva dichiarato Obama. Tra regimi - Iran, Eritrea, Libia - e stati aderenti della Cpi (lo scorso maggio il piccolo ma strategicamente importante Gibuti) il walzer di Bashir continua. «Sta abusando dell'ospitalità africana», ha ammonito Moreno Campo, precisando che l'arresto è solo questione di tempo. Ma la realpolitik, e la protezione del colosso asiatico, che ha eletto la non interferenza negli affari interni come cardine delle sue relazioni con i Paesi africani, sembrano prevalere.
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28/06/2011