Banca mondiale: rischio bolla nei paesi asiatici

La sorpresa del rialzo dei tassi cinesi è coincisa ieri con un preciso avvertimento della Banca Mondiale: nel suo rapporto semestrale sull'Asia orientale, intitolato Robust Recovery, Rising Risks, la World Bank segnala il rischio di bolle di asset – assieme a quello di un rallentamento della crescita – connesso all'afflusso di capitali esteri nella regione favorito dai tassi bassi nelle economie avanzate. Gli operatori dei mercati, peraltro, hanno subito scontato nella mossa di Pechino la possibilità di una frenata del motore dell'economia mondiale e quindi del passo della stessa crescita globale: il risultato è stato un calo dei prezzi delle commodity – dall'oro al petrolio al rame – una pressione ribassista sui mercati azionari e un supporto momentaneo al dollaro nel quadro di un ridimensionamento della propensione al rischio. L'ipotesi di un tacito accordo sotterraneo tra Pechino e Washington per una accelerazione dell'anemico ritmo di apprezzamento del renmimbi è circolata tra vari osservatori, ma altri esperti hanno preferito sottolineare le esigenze interne di contenimento dei rischi di inflazione e bolle.
Il Pil complessivo dell'Asia orientale emergente, per quest'anno, è stato in realtà rivisto al rialzo di 0,2 punti percentuali dalla Banca Mondiale – rispetto alla precedente stima rilasciata in aprile – all'8,9% (trascinato dal +9,5% della Cina), rispetto al +7,3% dell'anno scorso. Per la prima volta in un decennio, ben 5 paesi dell'area oltre alla Cina – Thailandia, Malaysia, Laos, Mongolia e Papua Nuova Guinea – registrano una espansione superiore al 7%.
Tuttavia il ritorno di ampi afflussi di capitali nella regione, assieme alle crescenti pressioni inflazionistiche e all'ascesa dei prezzi degli asset «presenta un rischio crescente alla stabilità macroeconomica», oltre a favorire un forte apprezzamento delle valute che potrebbe rallentare la crescita. La Banca Mondiale non manca di notare che il renmimbi si è apprezzato «in modo più modesto» di altre valute: il suo capo economista per la Cina, Ando Harsson, ha sottolineato che una sua più evidente rivalutazione sarebbe «probabilmente» nell'interesse della stessa Pechino, in quanto contribuirebbe a combattere l'inflazione con un calo dei prezzi all'import e «può diventare parte dell'arsenale nel gestire l'afflusso di capitali».
Ma secondo vari analisti l'«hot money» in direzione della Cina – come di altri Paesi – è spronato proprio dalle aspettative di rialzo della valuta e ora potrebbe intensificarsi con il ritocco all'insù dei tassi cinesi alla vigilia di un nuovo allentamento quantitativo da parte della Fed, alla cui politica monetaria lo stesso capo economista della Banca Mondiale, Vikram Nehru, fa risalire esplicitamente l'eccesso di liquidità che si sta riversando in Asia. In vista del G-20 finanziario che inizia dopodomani in Corea del Sud, il ministro delle Finanze giapponese Yoshihiko Noda ha dichiarato ieri di sperare che dalla discussione vengano fuori «buone idee» per contrastare la volatilità del mercato valutario. Vari paesi sembrano comunque procedere per conto proprio. Ieri il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ha lodato la decisione cinese di alzare i tassi come una mossa «nella giusta direzione» in quanto potrebbe contribuire ad allentare le pressioni rialziste sul real. Ieri la divisa brasiliana ha accusato un netto calo sul dollaro, dopo la mossa di Brasilia di aumentare dal 4 al 6% l'imposta sugli acquisti esteri di bond locali e di alzare anche gli oneri per il trading sui derivati. Il decisionismo brasiliano sembra destinato a trovare proseliti: a Seul il ministro delle finanze Yoon Jeung-hyun ha indicato che il governo sta studiando l'ipotesi di introdurre misure per frenare i rapidi flussi di capitali, compresa una possibile Tobin tax sulle transazioni finanziarie. Secondo indiscrezioni, inoltre, Seul sta considerando l'idea di aumentare le riserve in oro. Anche il Giappone mette a suo modo le mani avanti: per la prima volta dal febbraio 2009, Tokyo ha abbassato le sue stime sull'andamento dell'economia, dichiarando che sta andando in «stallo». Forse c'è un po' di pretattica in vista del G-20, a giustificazione dell'intervento diretto sui cambi effettuato il 15 settembre e di future repliche se il superyen dovesse scalare nuove vette.
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20/10/2010