AVATAR: PER POLITICA E PER DENARO

AVATAR: PER POLITICA E PER DENARO

Pechino, 19 gen. - Poteva mancare una polemica "con caratteristiche cinesi" intorno ad Avatar, il kolossal globale di James Cameron? Ovviamente no: il film, arrivato nelle sale il 4 gennaio scorso, verrà proiettato nella versione "classica" in 2D solo fino al 23 gennaio anziché fino al 28 febbraio, la fine del Capodanno Cinese, come era stato programmato precedentemente. Dal ritiro dalle sale resta immune la versione 3D, disponibile però solo nei cinema tecnologicamente più avanzati delle città più importanti, e con un prezzo maggiorato ai botteghini. L'ordine è partito direttamente dalla casa di distribuzione, China Film Group, di proprietà dello Stato; inevitabile, quindi, che il blocco desse adito a interpretazioni in chiave 'politica', proprio nei giorni dello scontro tra Cina e Google. Il quotidiano di Hong Kong Apple Daily, noto per le sue pagine di gossip e per le posizioni critiche nei confronti del governo di Pechino, sostiene che alcuni dei contenuti di Avatar siano sgraditi alla leadership cinese: l'immaginario popolo dei Na'vi, che nel film resiste all'invasione dei terrestri, dotati di una tecnologia nettamente superiore, potrebbe ricordare minoranze come quella uighura o tibetana, o addirittura i cinesi che lottano contro l'esproprio delle loro case da parte dei grandi gruppi immobiliari. Il cinema è da sempre una potente macchina di propaganda e la Cina ha dimostrato a più riprese di saperlo usare perfettamente; basti pensare ad un altro recente kolossal come 2012 di Roland Emmerich, che venne proiettato con enorme successo in tutto il paese. Il film, forse non a caso distribuito in concomitanza con la visita del presidente USA Barack Obama, mostrava tra le altre cose una collaborazione Cina-Stati Uniti per fare fronte a una minaccia comune, e dava una visione eroica del popolo cinese inusuale per una produzione americana che tanto i funzionari di Partito che gli spettatori comuni mostrarono di gradire. Un capolavoro come The Departed di Martin Scorsese venne invece bloccato: in una scena i servizi segreti di Pechino tentavano di rubare tecnologia militare americana con l'aiuto del luciferino Jack Nicholson, mentre il personaggio interpretato da Martin Sheen dichiarava che " la CIA ritiene che presto potremmo essere in guerra con la Cina ". Ma secondo altre interpretazioni il parallelismo tra i Na'vi e le minoranze etniche è troppo ardito, e se di propaganda politica da giocare sul terreno dell'immaginario si tratta, forse la chiave è più raffinata: Avatar si è dimostrato un campione d'incassi scomodo, che potrebbe ostacolare una mega-produzione cinese sulla vita di Confucio, in uscita proprio il 23 gennaio. Da diversi anni il governo di Pechino ha avviato una prepotente rivalutazione del confucianesimo, tramite programmi televisivi e saggi scientifici; la dottrina del saggio vissuto attorno al 550 a .C, dopo essere stata osteggiata durante la Rivoluzione Culturale , viene oggi propagandata come uno dei pilastri delle "eterne" caratteristiche cinesi, prima tra tutte il rispetto per l'autorità. Il costo medio di un biglietto, in Cina, è di 80- 150 yuan (tra gli 8 e i 15 euro), ma le prevendite dei biglietti per Avatar hanno raggiunto quote di 400 yuan; facile ipotizzare, quindi, che il film su Confucio potesse venire penalizzato, ed ecco che il blocco del film di Cameron assume anche valenze prettamente economiche. La Cina opera un controllo totale sulle pellicole straniere proiettate nei cinema: i film stranieri non possono essere più di 20 all'anno e la distribuzione è affidata interamente a società di proprietà dello Stato. La situazione ha causato nel luglio scorso un ricorso davanti alla WTO: su impulso delle majors dello spettacolo statunitense, gli USA avevano obiettato che l'obbligo di affidarsi a distributori statali configurerebbe una violazione degli obblighi contratti con l'entrata nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio. I giuristi di Pechino avevano presentato un ricorso nel quale, tra le altre cose, si sosteneva che le misure restrittive sono "necessarie per proteggere la morale pubblica". Le Cina offre potenzialmente la platea più vasta del mondo: secondo gli ultimi dati ufficiali, nel 2009 gli incassi al botteghino hanno raggiunto quota 6.2 miliardi di yuan (circa 620 milioni di euro), segnando così un +44% rispetto all'anno precedente. "Da sei anni i cinema cinesi registrano un aumento costante del 30% degli incassi - ha dichiarato il portavoce della China Film Group Weng Li - e siamo fiduciosi che nel 2010 raggiungeremo un nuovo record". Al vertice dei botteghini nel 2009 si è classificato La Fondazione di una Nazione, kolossal epico fortemente voluto dal governo per celebrare i 60 anni della nascita della Repubblica Popolare Cinese, seguito dai blockbuster americani 2012 e  Transformers: Revenge of the Fallen. Lo scontro tra Avatar e Confucio, insomma, sembra da leggersi con un occhio alla propaganda e l'altro agli incassi al box office.