Asiatici i migliori e l'esordiente Cina balza subito in testa

PARIGI. Dal nostro corrispondente
Ci sono cinque paesi asiatici nella top ten dell'indagine Pisa 2009, il test di due ore che l'Ocse realizza ogni tre anni negli stati membri e in quelli che hanno un rapporto di partnership con l'organizzazione delle economie più avanzate e che coinvolge circa mezzo milione di quindicenni. La Corea è al secondo posto, Hong Kong e Singapore occupano rispettivamente la quarta e la quinta posizione, il Giappone è ottavo. Ma a guidare la classifica, e alla grande, è la Cina, che partecipa a questa verifica globale dei livelli di preparazione dei ragazzi per la prima volta con Shanghai.
Nella prova di comprensione e di utilizzo di un testo scritto (sulla quale si è concentrata l'inchiesta 2009, consentendo un confronto dettagliato con la prima, nel 2000), Shanghai ha totalizzato 556 punti, 63 in più rispetto alla media Ocse e 17 in più rispetto alla Corea. In matematica gli scarti sono ancora più impressionanti: la media Ocse è 496, la Corea è a 546 e Shanghai è a 600. Nella cultura scientifica i quindicenni cinesi sono a quota 575, 74 punti sopra la media Ocse e 37 in più rispetto ai loro coetanei coreani.
Per tornare alla lettura, lo scarto tra Shanghai e l'ultimo paese della classifica, il Kirghizistan, è di 314 punti. Un abisso.
La performance cinese è ancora più scioccante se ci si sofferma su alcuni dettagli dell'indagine. Per esempio il fatto che Shanghai ha un pil procapite nettamente inferiore alla media dell'Ocse (considerazione che, sia pure in misura meno importante, si può estendere alla Corea). A dimostrazione del fatto che non necessariamente livelli economico-sociali e formativi vanno di pari passo. Ma Shanghai è anche la realtà in cui è minore il gap tra ragazzi più preparati e meno "studiosi". E questo è un altro punto sul quale insistono gli esperti dell'Ocse: i paesi che ottengono punteggi complessivi elevati non sono quelli con gli studenti più bravi ma quelli che riescono a evitare scarti importanti tra i migliori e i peggiori.
Ed è istruttivo leggere nell'indagine Pisa che è ancora Shanghai, seguita non a caso da Hong Kong, la realtà in cui è maggiore la percentuale di studenti provenienti dagli ambienti socio-economici più disagiati a ottenere risultati scolastici di alto livello (ben il 76%, rispetto al 72% dell'ex colonia inglese).
Il segreto del successo? Le ragioni sono certo molte ed è difficile concentrarle in poche righe, ma l'Ocse mette in rilievo proprio l'impegno a ridurre il divario dovuto alle condizioni socio-economiche di partenza, a combattere insomma le disuguaglianze, offrendo spesso il meglio a chi ha di meno: «Tutte le scuole vengono continuamente tenute sotto controllo da un'équipe specializzata e quando un istituto scolastico comincia a dare segni di peggioramento significativo vi vengono inviati, spostandoli da altre scuole, i dirigenti migliori, che costituiscono squadre di insegnanti scelti tra i più bravi».
Da un punto di vista generale, l'inchiesta è una vera e propria miniera di informazioni. Spulciando i cinque volumi di dati e riflessioni emerge che i ragazzi provenienti da una famiglia monoparentale (il 17% del totale) hanno dei risultati mediamente inferiori di 5 punti ai loro coetanei. Che, almeno nella prova sul testo, le ragazze superano i ragazzi di 39 punti, la preparazione equivalente a un intero anno scolastico. Che non necessariamente ottengono punteggi migliori le scuole in cui la scelta dell'indirizzo viene imposta precocemente. Che funzionano meglio i sistemi che privilegiano retribuzioni più alte agli insegnanti rispetto a classi meno numerose. Che il numero di ragazzi che leggono per piacere continua purtroppo a ridursi (dal 69% al 64% in nove anni).
L'Italia, in una classifica in cui il Cile è il paese che ha fatto più progressi e l'Irlanda quella che è peggiorata di più, rimane più o meno sui livelli del 2000, ben al di sotto della media Ocse. In tutti i settori (testo, matematica e scienze) risale però dalle posizioni del 2003 e del 2006. Mentre si è aggravato (unico caso insieme all'Irlanda) il divario tra i risultati dei ragazzi autoctoni e quelli provenienti dal mondo dell'immigrazione (di prima o seconda generazione).
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08/12/2010