Armi: da primo importatore a sesto esportatore

di Sonia Montrella

 

Roma, 20 mar.- Da primo importatore di armi a sesto esportatore. E' la virata della Cina che dal 2007 al 2011 ha dato una spinta alla produzione interna tale non solo da ridurre la dipendenza dall'estero, ma anche di armare i Paesi esteri. Lo rivela il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) "Trends in International Arms Transfers, 2011" che evidenzia, più in generale, il sorpasso dell'Asia sull'Ue come primo acquirente di armi.

 

Rispetto al periodo 2002-2006, il Dragone è sceso di tre posizioni nella classifica degli importatori di armamenti piazzandosi al 4 posto dopo India, Sud Corea e Pakistan. E il motivo è da ricercare esclusivamente in una maggiore autosufficienza che ha segnato l'inizio di un trend inverso. Con un incremento del volume delle esportazioni che si aggira attorno al 95%, la Cina è salita al 6° posto tra i primi 'rifornitori' di pacchetti bellici. In testa si riconfermano gli Stati Uniti, con il 45% del volume totale  diretto in Asia e Oceania -, seguiti da Russia, Germania, Francia e Regno Unito.

 

Tra i principali 'clienti' di Pechino, i Paesi asiatici – destinatari del 73% del totale delle esportazioni di armamenti -, il Medio Oriente (12%), l'Africa (9%), e il Sud America (6%). "L'incremento del volume dell'export della Cina è il risultato dell'aumento della domanda di armi da parte del Pakistan" si legge nel rapporto.  Nel periodo 2007-2011, il Paese, che con il Gigante asiatico tesse da tempo relazioni militari – ha acquistato dall'Impero di Mezzo il 64% dei suoi armamenti, tra cui figurano 50 aerei da combattimento JF-17, 3 fregate F-22P, e 203 carri armati MBT-2000. Dal canto suo, nonostante i progressi, il Dragone dipende ancora dalla Russia in fatto di motori e altri componenti per la costruzione di caccia.

 

Nel complesso, rivela il SIPRI, tra il 2007 e il 2011 le esportazioni totali di armi sono aumentate del 24% rispetto ai precedenti 5 anni. E a determinarla è soprattutto la corsa agli armamenti intrapresa dai Paesi asiatici. "Di chi è la colpa?" titola martedì un editoriale del Global Times, quotidiano  cinese in lingua inglese che fa capo a Pechino. Non certo della Cina, o almeno non in modo così massiccio, si legge. Il Paese "è spesso citato dagli occidentali come la causa del riarmo della regione. Le nazioni non riescono a vincere la tendenza psicologica per cui bisogna diffidare l'un dell'altro, ed è questa la ragione della corsa bellica".

 

"Stiamo assistendo all'intensificarsi di mosse strategiche statunitense nei confronti della Cina" azioni che si traducono puntualmente in un riarmo dei Paesi asiatici allo scopo di contenere l'ascesa del Dragone, sempre più assertivo sulle questioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. "E di conseguenza, ogni mossa della Casa Bianca è seguita da una contromossa di Pechino". L'unica che ottiene benefici da questa situazione è Washington dal momento che la maggior parte delle armi vendute nel mondo sono Made in Usa, un motivo in più per disincentivare lo stop, si legge ancora sul Global Times.

 

"Alcuni suggeriscono che la Cina debba tagliare le spese militari al fine di ridurre la competizione in Asia-Pacifico. Ma ciò è irragionevole. Non possiamo scommettere sulla pace regionale senza un esercito moderno". "Date le circostanze – prosegue l'editoriale – la corsa al riarmo nella regione è inevitabile".

 

Poi il giornalista punta il dito contro Washington: "L'America dovrebbe cooperare con la Cina per eliminare pericoli militari nello stretto di Taiwan e lavorare per portare davvero la pace nel Mar Cinese Meridionale. In aggiunta dovrebbe tenersi alla larga dalle questioni interne cinesi". Solo allora la Cina potrebbe essere meno determinata a sviluppare una moderna forza militare. "Il punto – si legge sempre sul Global Times – è se gli Stati Uniti sono interessati o meno a farlo". "Fin quando Washington non cambierà strategia, la Cina non potrà abbassare la guardia".


 

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