ARIA DI TEMPESTA PER LA FOXCONN

ARIA DI TEMPESTA PER LA FOXCONN

Roma, 19 nov. – La Foxconn torna ad alimentare la cronaca. L'azienda taiwanese leader nel campo dell'elettronica – fornitore di Apple, Nokia e Dell - è stata colpita questa settimana da una nuova ondata di proteste. Sullo sfondo ancora una volta lo scenario dello stabilimento cinese di Foshan. A infiammare il clima della fabbrica sono i salari troppo bassi e i progetti di rilocalizzazione degli operai in zone interne della Cina. Ma che si tratti di stipendi o di trasferte, la Foxconn non ne vuole sapere e si barrica dietro il silenzio. Nessuna dichiarazione rilasciata alla stampa, né incontri di mediazione con i dipendenti. Questa volta l'azienda sembra aver imboccato una nuova strada, quella della minaccia: "Hanno emesso una nota in cui ci avvertono che se proveremo a scioperare ci licenzieranno" dichiara uno dei lavoratori.

 

 

Nulla o poco, quindi, sembra essere quindi cambiato nell'azienda che per mesi ha occupato le prime pagine dei giornali a causa di una serie di suicidi, 12 dall'inizio dell'anno (leggi questo articolo) dei propri dipendenti, sfiniti dalle condizioni di lavoro cui erano sottoposti. Questi episodi hanno dato la spinta (e il coraggio) ai dipendenti della catena di assemblaggio dei vari stabilimenti Foxconn di lottare per i propri diritti – oltre che per quelli dei colleghi scomparsi – e di incrociare le braccia paralizzando per diverso tempo – a vari intervalli - la produzione. Turni di più di dodici ore al giorno per una paga da mille yuan al mese (circa 110 euro), pause pranzo brevissime, tempi cronometrati per i bisogni corporali e il divieto categorico per i dipendenti di parlare: questa la descrizione di una giornata tipo raccontata mesi fa da uno dei lavoratori.

 

Ma nonostante l'alzata di voce degli operai, la Foxconn aveva cercato in un primo momento di risolvere la questione imboccando una scorciatoia. Il 26 maggio il proprietario della compagnia Terry Gou – terzo uomo più ricco di Taiwan – aveva tentato di risollevare l'immagine della compagnia recandosi di persona nello stabilimento di Shenzhen illustrando alla stampa le condizioni della forza lavoro. E mentre Guo esprimeva il proprio rammarico per la perdita di vite umane e si mostrava intenzionato a mettere fine alla vicenda, alcuni dipendenti presentavano alla stampa una lettera preparata dal management, con la quale gli operai avrebbero dovuto sottoscrivere l'impegno a non suicidarsi, a sottoporsi a trattamento medico obbligatorio in caso di "comportamenti inusuali" e a limitare le richieste di risarcimento delle famiglie. Allo 'scivolone' sono seguite le scuse pubbliche di Guo che non sono bastate a impedire un nuovo caso di suicidio e nuovi scioperi, terminati solo a giugno quando la compagnia ha acconsentito a un aumento del 30% sugli stipendi dei lavoratori che avrebbero percepito così 1200 yuan al mese.

 

 

A ottobre la Foxconn ha reso noto un nuovo aumento di stipendi. Secondo quanto dichiarato da fonti interne all'azienda, gli addetti all'assemblaggio avrebbero visto crescere lo stipendio del 66% per un salario mensile che tocca  i 2mila yuan (218,00 euro). Un impegno che però non sembra essere stato mantenuto: "la paga base è ancora di 1.100 Yuan - dichiara uno dei lavoratori - una cifra nettamente inferiore a quella promessa".

 

A rendere ancora più difficile la vita di questi operai si aggiunge poi l'ipotesi di un trasferimento. Molte fabbriche che operano in Cina stanno traslocando nelle zone più interne (e più economiche) e nella lista dei nomi compare anche Foxconn Technology Group che, secondo quanto dichiarato dall'amministrazione della città di Chengdu, investirà più di 2 miliardi di dollari nell'apertura di una nuovo stabilimento nella città. Un progetto che potrebbe comportare un effettivo trasferimento della manodopera proveniente da stabilimenti dall'ingranaggio già ben oleato.

 

L'ondata di scioperi che nei primi mesi dell'anno aveva coinvolto oltre alla Foxconn anche altre compagnie (Honda in primis), aveva fatto sperare in una 'lotta di classe' cinese guidata da operai sempre più desiderosi di essere ben pagati e di avere più potere sindacale. Sono stati in molti ad annunciare (forse prematuramente) la fine di un'era - quella che per anni ha visto l'economia del Dragone contare soprattutto su manodopera a basso costo e su ritmi di lavoro massacranti – e l'inizio di una nuova fase in cui la Cina diventa sempre più simile a noi.

"Di sicuro vedere in questi scioperi, che riguardano l'aumento dei salari minimi, l'inizio di una rivoluzione industriale, è una esagerazione" avevano dichiarato in una intervista ad Agichina 24 Robert Ash e Jonathan Fenby (leggi questo articolo) . "In primo luogo, finora gli scioperi hanno interessato principalmente aziende straniere, non cinesi. A parte il Guangdong, il fenomeno non si è diffuso in altre province della Cina; altrove non sono stati avvertiti simili segnali di disagio. In secondo luogo, in tutti i casi si è trattato di un aumento del salario minimo. La politica economica cinese è tesa a aumentare i consumi; per aumentare i consumi bisogna aumentare i salari che in proporzione al Pil sono nettamente più bassi nelle regioni centrali. In altre parole, l'aumento dei salari va nella direzione della politica governativa. Infine, la scarsa disponibilità di mano d'opera si riferisce quasi esclusivamente alla scarsa disponibilità di mano d'opera qualificata; quest'ultima ha oggi esigenze diverse, ad esempio non è disposta a lavorare troppo lontano da casa".

Aldilà di ogni previsione, se il Dragone cambierà traiettoria è possibile intuire che lo farà alla maniera cinese.

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