ARCHITETTI ITALIANI ALLA RISCOSSA

ARCHITETTI ITALIANI ALLA RISCOSSA

Roma, 01 dic.- E' la Cina il posto ideale verso cui far 'emigrare' la propria vena creativa. Né moda, né cucina, questa volta sono gli architetti a trovare spalancate le porte del gigante asiatico. In un Paese 'travolto' dallo sviluppo economico e dalla modernità e che sempre più sembra essere la meta ideale delle sperimentazioni artistiche, la creatività straniera fa il suo ingresso nel Paese di Mezzo  dalla porta principale. Meglio ancora se accompagnata da un passaporto italiano. Alla tradizionale ammirazione verso il know-how e le eccellenze italiane, si aggiunge l'entusiasmo e la 'febbre d'Italia' generati dal successo del padiglione italiano all'Expo di Shanghai, un padiglione che si classifica al secondo posto dopo quello cinese per numero di visitatori. Alla vigilia dell'esposizione universale, nella sola città di Shanghai il numero dei cantieri aperti superava quello del totale dei  cantieri europei. Dopo quasi un mese dalla conclusione, calato il sipario sull'Expo e avviati i lavori di demolizione, l'edilizia cinese non si è fermata, ma si è trasferita in altre città dove continua senza sosta la costruzione di nuovi palazzi e uffici destinati ad accogliere una popolazione sempre più numerosa di lavoratori migranti che dalle campagne si riversano nelle città in cerca di lavoro.

 

E mentre in Italia la figura dell'architetto sta attraversando una fase di stallo, più a Oriente questa professione acquista sempre più lustro. Esiste, insomma, per gli architetti italiani una via alternativa e imboccandola si arriva in Cina. Ma se da un lato il Paese offre delle opportunità concrete, dall'altro presenta un tessuto sociale, culturale e burocratico talmente intricato che spesso risulta impenetrabile a uno straniero. Ecco allora che in soccorso delle menti creative italiane arriva un progetto - "Architettiroma House of Excellences" – che aiuterà gli architetti nostrani a muovere i primi passi in Cina. Obiettivo del progetto, realizzato dall'albo degli architetti di Roma e provincia, è quello di offrire un'opportunità di interscambio culturale, di agevolare la divulgazione dell'architettura italiana moderna e contemporanea e di offrire una serie di supporti e servizi – quali pubblicazione di gare di appalti e traduzioni – agli architetti che intendono affrontare il mercato cinese della progettazione.

 

Il progetto, presentato qualche giorno fa presso la Casa dell'Architettura a Roma e curato dall'arch. Silvia Giachini, ha incontrato il plauso di Mario Occhiuto, archistar di casa nostra con alle spalle una decennale esperienza sul suolo cinese che lo ha visto tra l'altre cose impegnato nella creazione della sede del ministero dell'Ambiente cinese a Pechino e di uno dei padiglioni dell'Expo sorto nella Best Practise Area. (leggi l'intervista ) "In un momento così particolare per la nostra attività, "House of excellences" si presenta come un'opportunità concreta per coloro che svolgono questa professione". All'interno del progetto, un'altra iniziativa dal titolo "27-37", rivolta ai giovani architetti di età compresa tra i 27 e i 37 anni che vogliono decorare il proprio curriculum vitae con un'esperienza internazionale.

 

Ma è sufficiente il passaporto italiano a garantire il successo della 'trasferta'? Secondo Mario Occhiuto, per riuscire a ritagliarsi un posto nel settore edile cinese bisogna saper individuare il giusto committente: "Spesso è proprio questo l'ostacolo più grande, che porta a un'interruzione del dialogo tra committente e architetto e che fa arenare i progetti. Ho speso i primi tre anni del mio soggiorno cinese proprio nella ricerca di un contatto culturale, nello studio dei progetti e del modo migliore in cui presentarli". Le chance aumentano poi se ci si presenta con un profilo attento alla sostenibilità ambientale. La crescita economica che ha investito la Cina ha avuto grosse ripercussioni sulla qualità dell'aria e un grosso impatto con l'ambiente (leggi l'intervista ).

 

E per Pechino, che nel frattempo si è classificato al primo posto nella classifica dei Paesi più inquinanti, la questione del "Go green" non è più procrastinabile. Verdi le industrie, verdi le città e, naturalmente, verdi i palazzi: qualunque sia l'esito del prossimo summit Onu sul clima che si è aperto a Cancun, si può affermare con sicurezza che la Cina ha già avviato la sua personale battaglia all'inquinamento, almeno sulla carta dei progetti edili. "Ogni giorno nel mondo vengono costruiti edifici-dormitori che non rispondono né a criteri estetici, né di risparmio energetico – ha dichiarato ad AgiChina24 Occhiuto –, il dramma è che in Cina tutto raggiunge proporzioni enormi. Pensiamo a ciò che è successo nelle periferie italiane nel periodo del dopoguerra e riportiamolo in scala, a quel punto  possiamo avere una vaga idea della pericolosità di questo processo. E' un fenomeno che in un certo senso fa paura e spetta all'Occidente aumentare il grado di sensibilità rispetto alle problematiche dell'ambiente, sulle risorse rinnovabili e sulla necessità di realizzare edifici di qualità".

 

Esportare in Cina la cultura della bioarchitettura:  questo quindi il compito dell'Occidente. Ma siamo davvero così preparati? E oltre ai tanti vantaggi, la 'green architecture' presenta dei limiti?  "Spesso la bioarchitettura viene intesa semplicemente come un'attività tecnologica o di business e accade che si realizzino edifici che magari consumano molto a cui successivamente vengono applicati in modo poco ortodosso dei pannelli fotovoltaici sulla facciata" spiega ancora ad AgiChina24 Occhiuto. "Il rischio secondo me è questo: accanto a seri professionisti vi sono persone che decidono di fare di questa attività un business avviando una politica di investimenti, di risorse e di impiego di questi materiali in modo non corretto. Il dubbio quindi è che a volte quella della bioarchitettura è solo una via per alimentare questo tipo di industria". Accanto alla truffa c'è inoltre la questione della durata degli edifici, un problema comune in tutto il settore dell'architettura contemporanea:  "Noi siamo uomini del nostro tempo e dobbiamo utilizzare i materiali che abbiamo a disposizione. E' anche vero però che esistono edifici pensati per durare nei secoli e altri che sono fatti per durare il tempo di una generazione. Bisogna quindi saper contestualizzare l'edificio e in base a ciò individuare risorse e materiali più adatti".

 

Intanto la Cina, dopo anni di emulazione della modernità occidentale, ha iniziato a creare il proprio stile, afferma ancora Occhiuto. "In Cina i cambiamenti si toccano con mano. A lungo si è assistito a una forte convivenza di contrasti caratterizzati da elementi derivati dalla tradizione millenaria cinese accanto a stili occidentali presi in modo superficiale e non ancora interiorizzati. Da qualche tempo a Pechino si sono insediati una serie di artisti in un quartiere di fabbriche dismesse dal nome 798 (leggi l'intervista ), un'esperienza che si sta replicando anche a Shanghai, ed è in questi quartieri che sta nascendo una nuova classe creativa che promette di dar vita a una nuova corrente capace di coniugare i bisogni veri delle persone con i riferimenti culturali e destinata a durare a lungo".

 

Qualunque siano i motivi (dalla voglia di sperimentare fino al desiderio di rendere la propria formazione internazionale), per gli architetti il canto delle sirene proviene dalla Cina: un mondo di suggestioni – così lo definisce Occhiuto – da cui lasciarsi contaminare e da contaminare in cui c'è ancora tanto spazio per tutti. "Non solo Pechino e Shanghai – spiega Silvia Giachini – è nelle città più piccole che le opportunità di inserimento sono maggiori". E accanto agli archistar, sono diversi gli italiani che 'ce l'hanno fatta'. Alfonso Mercurio dello studio AMA Group racconta che il suo errore iniziale è stato sottolineare il lungo passato nel settore dell'imprenditoria. Il successivo passaggio dall'architettura industriale al life style ha marchiato il successo dello studio. "La Cina è complessa e spesso caratterizzata da dinamiche a noi oscure che cambiano da città a città a seconda dell'amministrazione. Ma merita una tappa. Attualmente solo Shanghai e Pechino sono considerate moderne. Lo spazio è ancora molto". E tra le realtà italiane presenti nel panorama edile cinese un posto di rilievo è occupato dallo studio Valle che conta tra i vari progetti di cui è stato incaricato la  la realizzazione del Megastore Macalline Red Star, complesso commerciale e direzionale che sorgerà a Pechino, la cui superficie commerciale sarà di circa 210.000 mq.

 

di Sonia Montrella

Apparso anche su China Files

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