APEC: PECHINO SOTTO I RIFLETTORI

APEC: PECHINO  SOTTO I RIFLETTORI

Roma, 15 nov.- Cina e Stati Uniti, Cina e Giappone, Cina e terre rare. All'indomani della chiusura dei due vertici asiatici (G20 e APEC) in corso la scorsa settimana a Seul e a Yokohama, un elemento già noto appare ancora più chiaro: la centralità della Cina nello scenario internazionale. Se il vertice si è concluso con un nulla di fatto nonostante fosse stato annunciato come il G20 più turbolento dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, il summit dell'Asian Pacific Economic Co-operation (APEC) ha prodotto un risultato concreto che si traduce in un accordo di cooperazione per la realizzazione di un area di libero commercio nell'area dell'Asia Pacifica. A sottoscrivere quella che è stata definita la "Yokohama vision" sono stati i 21 stati membri dell'APEC cui fanno parte, oltre ai Paesi del sud est asiatico, anche Russia e Stati Uniti.

 

 

 

Calato il sipario sui due vertici, ciò che emerge, al di là dei risultati concreti, è il precario equilibrio su cui si reggono i rapporti diplomatici che passano per la via cinese. "I paesi asiatici sono costantemente in bilico tra la dipendenza economica nei confronti della Cina e il desiderio di restare sotto la tutela degli Stati Uniti"  si legge sul South China Morning Post. A loro volta, le due potenze da tempo stanno giocando una partita il cui casus belli è la questione dell'apprezzamento dello yuan, considerato da Washington nettamente inferiore rispetto al valore reale della moneta. Dopo un apprezzamento di circa il 20% registrato tra il 2005 e il 2008, nel luglio 2008 le autorità cinesi hanno nuovamente ancorato la moneta al dollaro, una manovra che secondo USA e Ue ha garantito a Pechino un vantaggio sleale nelle esportazioni e contribuito in maniera determinante al surplus commerciale della Cina verso il resto del mondo. Un'accusa che lo stesso Hu Jintao ha rigirato agli Stati Uniti all'indomani dell'annuncio della Federal Reserve del programma di acquisto di titoli di stato (cosidetto "quantitative easing") a sostegno dell'economia reale (in tutto da qui a giugno la banca centrale Usa acquisterà 600 miliardi di dollari di T-bond, di cui 75 miliardi questo mese).

 

 

Intanto, in occasione dell'APEC il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti danno il "benvenuto a una Cina forte e potente che sappia affrontare con responsabilità i problemi regionali e globali". Subito dopo, in un'intervista rilasciata a Yomimuri, il più importante quotidiano giapponese, Obama ha spiegato che l'obiettivo di Washington è quello di garantire protezione e appoggio ai partner asiatici e di assicurare che l'ascesa cinese avvenga all'insegna della sicurezza e della prosperità di tutti i Paesi. E sono proprie le mire di Washington sulle regioni asiatiche a destare le preoccupazioni del Dragone: "La Cina spera in uno sviluppo futuro nelle relazioni con gli Stati Uniti, ma mantiene una posizione di allerta rispetto all'influenza degli Stati Uniti sugli equilibri geopolitici " sostiene Zhang Yebai, analista in pensione di relazioni sino-americane dell'Accademia cinese delle scienze sociali, che esprime i timori della leadership di Pechino che le mosse di Washington siano riconducibili a una politica di contenimento nei confronti della Cina.

 

 

 

Yokohama è stato anche lo scenario del disgelo dei rapporti tra Pechino e Tokyo. Per la prima volta dall'incidente del peschereccio avvenuto più di due mesi fa al largo delle isole Diaoyu/Sengaku – arcipelago da tempo conteso tra le due potenze per via soprattutto della ricchezza di gas e petrolio del sottosuolo - , il presidente cinese Hu Jintao e il premier giapponese Naoto Kan si sono incontrati in un colloquio formale durato più di venti minuti. Nessun riferimento all'incidente dell'arresto, nonostante entrambe le parti abbiano riaffermato i propri diritti sulle isole contese. Gettato alle spalle l'argomento spinoso, i due hanno discusso della necessità di migliorare i rapporti sino giapponesi al fine di garantire non solo il bene dei due Paesi, ma anche la pace e la stabilità di tutta la regione. Dopo aver opposto un secco rifiuto alle proposte giapponesi di colloquio e di cooperazione nel corso del lungo braccio di ferro per le isole Diaoyu, Pechino sembra ora disposto a lavorare con Tokyo: "Imboccare la strada della pace, dell'amicizia e della cooperazione rappresenta la scelta più giusta per entrambi i Paesi" avrebbe detto Hu a Naoto Kan.

 

 

 

Segnali di distensione arrivano anche sul fronte delle terre rare, preziosissimi metalli, di cui il sottosuolo cinese possiede circa il 60% delle riserve mondiali (e circa il 90% della produzione) necessari per la produzione di laptop, macchine ibride e altri prodotti di elettronici di ultimissima generazione. A margine del vertice APEC, il ministro del Commercio giapponese Akihiro Ohata ha fatto sapere che il presidente della Commissione per le Riforme e lo Sviluppo nazionale cinese Zhang Ping avrebbe acconsentito a un'accelerazione delle esportazioni di terre rare al Giappone. Da tempo Tokyo lamenta un calo nei rifornimenti di questi minerali indispensabili per la produzione industriale nipponica usati dalla Cina come arma politica. L'accusa, più volte avanzata dal Giappone e dagli osservatori internazionali anche alla luce dell'inasprimento delle regole sull'esportazioni di terre rare comunicate venerdì scorso dal ministero del Commercio cinese, è stata puntualmente rigettata da Pechino.

 

 

E mentre i due governi provano a ricucire lo strappo degli ultimi mesi, dai media e dal popolo giapponesi arrivano le critiche: l'Asahi Shimbun, famoso quotidiano ha lamentato "la mancanza di risultati concreti". Sono in molti, inoltre, a concordare sul fatto che al vertice dell'Apec, il padrone di casa è emerso in tutta la sua debolezza dimostrando in politica estera e nelle relazioni diplomatiche lo stesso declino e la perdita di smalto che ha intaccato l'economia giapponese, superata ormai dall'ascesa cinese. Ma quello diplomatico, sostengono molti osservatori, sarebbe solo l'ultimo di una serie di rompicapi cui l'amministrazione del Sol Levante, si trova a dover fronteggiare e che si aggiunge al problema del debito pubblico, del calo demografico e della deflazione. Intanto sabato per le strade di Yokohama si sono riversate più di mille manifestanti decisi a far sentire la propria voce contro il governo cinese e contro il basso profilo tenuto da Naoto Kan. "Il conflitto con la Cina non può essere evitato" hanno affermato alcuni attivisti. "Protestiamo perché vogliamo proteggere i nostri territori e quelle isole appartengono a noi" hanno dichiarato altri manifestanti il cui accenno alle "isole" non si limita a quelle Diaoyu, ma anche alle Kurill contese tra il Giappone e la Russia. La decisione di cooperare con la Russia presa da Kan in seguito a un colloquio con il presidente russo Dmitry Medvedev, gli avrebbe procurato le critiche sia dell'ala destra che di quella sinistra del governo. 

 

 

In Cina invece le dichiarazioni di Kan non hanno convinto del tutto. "Il governo cinese non deve illudersi che il Giappone scenderà a un compromesso sulla questione delle Diaoyu, anzi dovrebbe dar vita a un negoziato che stabilisca diritti e doveri di entrambi sulla zona contesa".

 

 

 

di Sonia Montrella

 

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