Ambiente e storia le armi dei cinesi all'Expo di Shanghai

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il Lazzaro con gli occhi a mandorla si chiama Wang. Ha una cinquantina d'anni, fa l'impiegato e viene dalla vicina Suzhou. «Perché mai avrei dovuto mettermi in coda se c'è un ingresso speciale per noi infermi?», dice ridacchiando mentre si alza dalla carrozzella e s'incammina a passo spedito sul grande viale dell'Expo.
Grazie a questo stratagemma, Wang e tanti altri falsi invalidi che in questi giorni si sono presentati sofferenti ai cancelli della kermesse shanghainese si sono risparmiati almeno un'ora di fila ai cancelli sotto un sole cocente. Già perché nonostante il prezzo proibitivo del biglietto, il caldo canicolare e la calca da paura, durante il lungo ponte del Primo Maggio i cinesi hanno preso letteralmente d'assalto l'Expo.
Naturalmente, il grande Padiglione nazionale è stato di gran lunga il più gettonato. L'imponente tetragono rosso, già diventato il nuovo simbolo di Shanghai destinato a soppiantare l'ormai logora Pearl Tower, è stato costruito con uno scopo preciso: stupire i visitatori, dando loro una visione grandiosa e leggendaria dell'Impero di Mezzo di ieri, di oggi e di domani. Senza indurre in alcuna tentazione commerciale.
I sudditi del Dragone, accorsi in massa in questi giorni a Shanghai per il grand opening dell'Expo (sebbene l'affluenza nei quattro giorni di festa nazionale sia stata giudicata inferiore alle attese), hanno gradito. «Sono fiero di essere cinese», dice con la voce rotta dalla commozione un signore di mezza età, ammirando il gigantesco caleidoscopio animato raffigurante la vita quotidiana, dall'alba al tramonto, di una città cinese dell'Anno Mille.
Il pannello luminoso lungo 130 metri è la versione elettronica di uno dei capolavori della storia dell'arte cinese esposto in una sala adiacente: "Scene lungo il fiume durante il Qingming Festival", un raffinatissimo scroll su carta realizzato da Zhang Zeduan in tarda epoca Song. Sugli schermi, grandi 30 volte l'opera originale, le ventiquattrore di una giornata qualunque sono concentrate in quattro minuti durante i quali l'umanità in movimento, lo scorrere dell'acqua, il traffico dei caravanserragli rendono molto realisticamente l'idea di come si svolgesse l'esistenza quotidiana di una città cinese un millennio orsono.
Superato lo choc per lo stupefacente capolavoro di animazione made in China, il resto del Padiglione è tutto in discesa. Fisicamente, perché bisogna scendere di piano per visitare le altre sezioni della maxi mostra. E qualitativamente perché il resto dell'esibizione cinese rientra nei canoni classici dell'autocelebrazione nazional-fieristica dei paesi in via di sviluppo, e risulta assai meno coinvolgente.
Il risultato è un minestrone dal sapore molto kitsch di effetti da luna park e di messaggi propagandistici destinati alle grandi masse attese a Shanghai da qui sino al 31 ottobre prossimo.
Insomma, almeno secondo la percezione di un visitatore occidentale, manca un vero e proprio filo conduttore che spieghi come la Cina e il mondo in via di sviluppo dovranno affrontare la sfida dell'urbanizzazione, che è il tema strategico centrale dell'Esposizione Universale di Shanghai. L'unica eccezione è la parte dedicata all'ambiente, molto ben fatta, che prima di congedare i visitatori ricorda loro che, per raggiungere l'obiettivo "Better City, Better Life", per prima cosa l'umanità dovrà darsi delle regole per inquinare di meno. Solo così i 200 milioni di cinesi che negli ultimi trent'anni sono migrati dalle campagne alle città potranno sperare di assicurare una migliore qualità della vita alle generazioni future.
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06/05/2010