ALLARME SICCITA', A RISCHIO L'ECONOMIA

ALLARME SICCITA', A RISCHIO L'ECONOMIA

Roma, 4 feb.- Siccità al nord e gelate al sud: mentre la Cina è stretta nella morsa del maltempo, si diffonde l'allarme per l'economia del Paese. Tra le zone più colpite, l'area intorno a Pechino e la provincia dello Hebei a nord e la provincia dello Shangdong a est, dove un sottile strato di fango sotto forma di polvere ha ricoperto ogni cosa. Ed è proprio in questi luoghi che negli ultimi giorni si sono recati il premier Wen Jiabao e il presidente Hu Jintao, una visita che ha permesso ai leader di toccare con mano la difficile situazione e dare supporto ai cittadini colpiti dai problemi climatici proprio nel periodo delle festività di capodanno. Più di 150 ettari di piantagioni di grano distrutte, 95 milioni di persone private di acqua potabile e un aumento dei prezzi dei beni alimentari sono tra i primi risultati di una siccità che dallo scorso autunno non sembra dar tregua. A Pechino, fatta eccezione per la nevicata del 29 dicembre, l'ultima precipitazione consistente risale al 23 ottobre. Ancora 11 giorni senza pioggia e quello del 2010-2011 diventerà l'anno più arido dal 1951. Un record tutt'altro che impossibile dato che, secondo i meteorologi,  per i prossimi due mesi non sono previste abbondanti precipitazioni nelle aree della capitale e lungo il bacino del fiume Giallo.  "Se la situazione resterà invariata per tutto il mese di marzo e di aprile, la produzione di grano ne risentirà in modo decisivo e le perdite potrebbero toccare i 10 milioni di tonnellate" anticipa Ma Wenfeng analista presso la Beijing Orient Agribusiness Consultants.


Tuttavia al di là dei danni economici è improbabile, sostengono alcuni analisti, che la Cina si ritrovi senza cibo. Negli ultimi anni Pechino ha accumulato grosse riserve di grano e oltre 2mila e 850 miliardi in riserve in valuta estera che, teoricamente, assicurano al Paese la possibilità di importare beni alimentari in modo illimitato.  Secondo le stime della società di analisi dati commerciali Global Trade Information Service , nel 2008 il Gigante asiatico ha importato 31.900 tonnellate di grano, nel 2009 ha acquistato dall'estero oltre 893.700 tonnellate e lo scorso anno la cifra ha superato il milione e 200mila tonnellate. Quantità che impallidiscono al confronto con quelle diffuse dalla FAO, secondo cui nel 2009 le importazioni del Dragone hanno inciso per un sesto sul totale mondiale che si è aggirato attorno ai 682 milioni di tonnellate. Pechino da tempo importa soia, ma ha sempre cercato di mantenersi autosufficiente per quanto riguarda il frumento. Se ciò non fosse più possibile, le conseguenze si ripercuoterebbero sull'economia mondiale, i prezzi crescerebbero in modo esponenziale e per i Paesi poveri diventerebbe sempre più difficile importare generi alimentari.


E se il mondo dovesse risentire della fame del Dragone, in Cina - dove l'inflazione ha già raggiunto un livello preoccupante - la situazione potrebbe precipitare. A contribuire  in modo massiccio all'inflazione è l'aumento del costo del cibo e dell'energia. A dicembre l'indice dei prezzi al consumo è salito al 4,6% ben al di là della soglia del 3% entro la quale il governo intendeva contenerlo; un aumento più contenuto rispetto al 5,1% di novembre, ma pur sempre ai livelli più alti degli ultimi due anni. Per riparare in parte ai danni, Pechino ha incoraggiato diverse province e città ad aumentare il salario minimo dei cittadini per permettere loro di far fronte all'aumento dei prezzi degli alimenti.

 

Nei piani del governo anche progetti per incrementare le riserve d'acqua, in vista dei quali  Pechino investirà nei prossimi 10 anni oltre 4mila miliardi di yuan (quasi 450 miliardi di euro).  "Le riserve d'acqua pro-capite della nazione ammontano al 28% della media globale" ha dichiarato il ministro per le Risorse Idriche Chen Lei.


 

di Sonia Montrella


 

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