AI WEIWEI: LA POLIZIA AUTORIZZA L'INCONTRO CON LA MOGLIE

AI WEIWEI: LA POLIZIA AUTORIZZA L'INCONTRO CON LA MOGLIE

Roma, 16 mag.- "Ai Weiwei sta bene, non ha subito torture né è stato picchiato". Lo riferisce una fonte vicina all'artista che rende noto che, per la prima volta da quando è stato arrestato 43 giorni fa, la polizia ha consentito ad Ai di incontrare sua moglie. "Lu Qing ha fatto una breve visita ad Ai Weiwei domenica sera" ha dichiarato Liu Xiaoyuan, un avvocato impegnato a favore dei diritti umani e amico dell'artista. Ai coniugi è stato però vietato parlare sia della detenzione sia del motivo dell'arresto di cui Lu Qing continua dunque ad essere all'oscuro. Ignoto è anche il luogo in cui è avvenuto l'incontro, anche se secondo l'avvocato non si tratta del luogo di detenzione.

 

Ai, 53 anni, è tra gli artisti cinesi più celebri al mondo, noto al grande pubblico soprattutto per aver collaborato nel 2008 all'ideazione del design del "Nido d'Uccello", lo stadio olimpico di Pechino. L'archistar si è sempre distinto come una delle voci più critiche verso il sistema a partito unico cinese; una posizione che spesso emerge nelle sue opere e che lo ha reso personaggio scomodo. 

 

Il 3 aprile Ai Weiwei era stato arrestato dalla polizia all'aeroporto di Pechino dove attendeva di salire su un aereo diretto ad Hong Kong (questo dossier). Per quattro giorni Pechino aveva mantenuto il silenzio sull'episodio, mentre l'intera comunità internazionale lanciava diversi appelli alle autorità cinesi per il rilascio dell'artista accusando la Cina di voler mettere il bavaglio alle voci critiche del governo.


Poi, il 7 aprile, Pechino ruppe il silenzio:  l'artista "è indagato per reati economici" fece sapere la portavoce del ministero degli Esteri Hong Lei precisando che "il suo arresto non ha nulla a che vedere con la questione dei diritti umani o della libertà di espressione e la comunità internazionale non ha alcun diritto di interferire in questioni interne". Tuttora, però, nonostante i numerosi controlli condotti dalla polizia nello studio dell'artista e l'esame dei registri dei conti, il governo non ha ancora trovato prove che ne legittimano l'arresto. Secondo la comunità internazionale e i sostenitori del rilascio dell'artista, l'accusa di reato economico rappresenta solo un pretesto utilizzato dal governo, laddove Ai incarna, semplicemente, una delle numerose vittime cadute nella tela della repressione del dissenso. Un giro di vite diventato più serrato negli ultimi mesi a seguito delle "proteste dei gelsomini" pro-democrazia organizzate a fine febbraio a Pechino e a Shanghai sulla falsariga di quelle magrebine (questo dossier). Da allora il governo centrale ha ordinato l'arresto, il fermo o la deportazione nei campi di rieducazione di decine e decine di dissidenti, attivisti, intellettuali e artisti incolpati di "sovversione ai danni dello stato". Ma, in realtà, analizzati caso per caso, gli arrestati sembrano essere accomunati solo dallo stesso sguardo critico con cui osservano l'operato del governo cinese.

 

Tra gli obiettivi 'sensibili' anche i cristiani: è proseguita per la sesta domenica consecutiva la persecuzione contro i fedeli della chiesa di Shouwang, a nordovest della capitale che, dopo lo sfratto dai locali in cui si riuniva avvenuto agli inizi di aprile, anche ieri ha scelto una pizza nei pressi del centro commerciale Zhongguancun per celebrare la messa. Una decisione che è costata l'arresto di un centinaio di fedeli - di cui 13 sono finiti in manette solo ieri – colpevoli di essersi riuniti senza autorizzazione. Una scena che si ripete ancora, ma che la Chiesa non sembra più disposta a tollerare. E per dire basta la comunità sotterranea cinese ha recapitato al Parlamento cinese una petizione per una maggiore libertà di culto firmata da 20 parrocchie (questo articolo).  

 

di Sonia Montrella

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