A Shanghai l'antipasto del turista cinese

Dall'alto del Lupu Bridge, gigantesco quanto avveniristico ponte (ma altrettanto kitch di notte quando si illumina come un Luna Park) sul HuangPu, il limaccioso fiume che attraversa Shanghai, la prima cosa che balza all'occhio sono centinaia di ombrelli aperti. Non piove. Servono per ripararsi dal sole, come usa nella cultura cinese, particolarmente implacabile nella metropoli asiatica. Frotte di cinesi sono in fila davanti ai vari padiglioni e solo dal ponte che sovrasta, attraversandola, tutta l'immensa area dell'Expo che si estende sulle due sponde del fiume si può percepire la vastità della marea umana. Nel parcheggio antistante l'ingresso, si contano, a occhio e croce, almeno 2mila pullman, geometricamente accostati.
Una delle code più interminabili è davanti al Padiglione Italia, costruito più come una vetrina del made in Italy che in linea col tema dell'Expo (Better city...better life), dove decine di asiatici sono disposti a sorbirsi un'altra fila pur di assaggiare, al tutt'altro che modico prezzo di 14 euro, un piatto di lasagne. Molti di loro non le hanno mai mangiate prima e forse nemmeno viste.
Singoli fotogrammi da cui emerge il vero significato della manifestazione inaugurata a inizio maggio. L'Expo non è un evento per il mondo, non serve ad attrarre turisti (che comunque verranno senz'altro per l'inevitabile effetto traino) in un Paese che ormai attira 50 milioni di visitatori all'anno e non ha dunque bisogno di un'expo per farsi pubblicità. È invece un'operazione a uso e consumo del Paese. La Cina ha messo in moto una gigantesca macchina educatrice per la sua popolazione. Una scelta, a ben vedere, perfettamente coerente con l'impostazione pedagogico-sociale del partito comunista che vede nel popolo delle masse da educare e far progredire.
L'Expo di Shanghai è un antipasto di mondo servito, e confezionato come meglio non si può, al popolo cinese: 1,4 milioni di abitanti, di cui la maggior parte vive ancora nelle campagne e non ha mai avuto la possibilità di visitare gli altri paesi. L'Expo è un pianeta in miniatura, in attesa che quelle stesse persone, o magari i loro figli o fratelli minori, vadano in giro per il mondo a fare i turisti per davvero.
Visto con gli occhi di un paese immobile e per vecchi, come l'Italia, la Cina è un mondo che va come se avesse il pulsante flash-forward incastrato. Le generazioni, che da noi sono di 20-30 anni, qui durano 5 anni. Nel 2015 i figli dell'Expo gireranno il mondo che i padri hanno solo immaginato vedendone un surrogato di cemento. L'intento è palese in modo quasi sfacciato nel padiglione della Cina: un gigantesco schermo dove a super-velocità scorre la storia del Paese dal Medio Evo fino al futuro: una sorta di film archeologico in 3D. Com'eravamo e come saremo: più che desiderio di autocelebrazione verso l'Occidente è la Weltangschaung di una nazione più ansiosa di correre verso il nuovo per preoccuparsi del presente (o anche semplicemente delle migliaia di poveri che vivono ai margini del lusso nella sfavillante Shanghai). Contraddizioni a parte, stupisce l'organizzazione del tutto: quella che è una sterminata colata di cemento e grattacieli che ospita 22 milioni di abitanti (tre volte una megalopoli come New York tanto per avere un termine di paragone) è stata abbellita e ingentilita da piante e verde in ogni metro quadrato disponibile. Su ogni lampione in strada, e sono migliaia, sono state montate aiuole pensili con fiori viola. A qualsiasi ora, giorno o notte, addetti puliscono le strade e innaffiano. La Cina vuol dimostrare di essere diventata un Paese "normale". Pronta ad uscire dai suoi confini.
simone.filippetti@ilsole24ore.com
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15/06/2010