A Pechino si vince mixando cultura e tecnologia

Da osservatore dei microcosmi partirei da un fatto apparentemente poco significativo: il nuovo ambasciatore cinese a Roma, il signor Ding Wei, è un raffinato esperto di beni culturali. Un tratto biografico che secondo me la dice lunga su come le élite del nuovo impero globale vedono il nostro microcosmo italico. I numeri ci dicono che la macchina globale dello sviluppo ha ripreso a muoversi con il gigante cinese a far da traino al mondo e la locomotiva tedesca che spinge la "ripresina" nazionale. Le tre economie vocate all'export e al "made in", Italia, Germania e Cina, sembrano essersi rimesse in moto. A velocità e con ruoli profondamente diversi. Più ammaccati gli europei, con i cinesi nel ruolo di protagonisti del nuovo turbocapitalismo, impegnati a celebrare nel parco a tema dell'Expo la grandeur del secolo asiatico fatta di potenza della tecnica e dell'industria. Con i tedeschi impegnati nella trasformazione consensuale di un capitalismo renano iperorganizzato in una economia flessibile e compiutamente export-led. E il nostro modello di capitalismo di territorio, fatto di pochi grandi gruppi, di un nocciolo di medie imprese in filiera con il capitalismo molecolare? Mi pare che i dati ci consegnino l'immagine di un'Italia sulla cruna dell'ago. Con uno spazio di posizione nella nuova geoeconomia globale da Giano Bifronte.
Ciò che oggi siamo è molto chiaro. Per oltre il 95% importiamo ed esportiamo manufatti. Rimaniamo un paese di globalizzazione manifatturiera a medio e corto raggio, le cui reti commerciali sono in grandissima parte interne al vecchio primo mondo europeo e statunitense, o al massimo arrivano ai limitrofi paesi della ex cortina di ferro; ma per il quale la "ripresina" attuale è significativa soltanto nei confronti delle nuove locomotive del far east e del Mercosur, dove l'export aumenta di quasi il 50% tra luglio 2009 e 2010. Che tuttavia continuano a pesare poco sul nostro export, ma in compenso mordono sempre più come concorrenti, visto che per ogni euro di export in Cina ve ne sono tre di merci importate; con il valore dell'abbigliamento made in China che da solo arriva quasi al totale del nostro export in quel paese. Dati che fanno venire in mente più la metafora della pentola bucata (Paolo Savona) che quella di una riscossa organizzata. Insomma, il nostro spazio di posizione resta espressione di un modello di globalizzazione soft e affluente, quella degli anni '80 e '90. Un modello trainato sia dalla domanda di distinzione dei ceti medi occidentali, vecchi e nuovi, acquirenti di un primo made in Italy fatto di grandi brand nella moda, beni per la casa, design; sia dal ciclo postfordista dell'outsourcing internazionale con un secondo made in Italy, che fino ai pieni anni '00 ci ha posizionati come subfornitori d'eccellenza dei grandi gruppi mitteleuropei, trainando un'espansione dei mercati in cui abbiamo saputo costruire nicchie d'eccellenza.
Allora la domanda è: ha ancora spazio questo modello nella geoeconomia che verrà? In un mondo in cui le turbolenze dei flussi si sono rimesse in moto? Oggi è necessario navigare oltre le colonne d'Ercole della globalizzazione a medio raggio. Per non perdere la bussola forse è utile guardare all'esperienza di quelle avanguardie, piccole e grandi, manifatturiere o terziarie, che senza aspettare indicazioni sono partite dai microcosmi del locale per affrontare la Cina, il nuovo vero e potente spazio della globalizzazione. E allora partiamo da quello che è il curioso paradosso del nostro rapporto con il dragone cinese. Perché almeno in piccola parte l'ascesa industriale del far east è targata made in Italy. Molte delle macchine che nelle grandi fabbriche cinesi sfornano le merci che troviamo nei nostri mercati sono prodotte nel Belpaese o su licenza italiana. Fin dai mitici anni '80, in cui nei saloni dell'Università di Pechino si studiavano e smontavano le macchine industriali italiane. Macchine con cui abbiamo tradotto in tecnologia i nostri saperi di produttori, che sono da sempre la prima voce del nostro export verso i giganti asiatici, con quasi mezzo miliardo di euro di valore e nell'ultimo anno un +67,9 % di incremento. E' quasi la metà dell'intero export verso la Cina a fronte di un 10,9% della moda e un 2,1% dell'alimentare. E soprattutto è la voce del nostro interscambio in cui per valore esportiamo più del doppio di quanto importiamo.
Tuttavia anche se noi vendiamo al colosso asiatico soprattutto tecnologia, il nostro spazio di rappresentazione globale agli occhi delle élite cinesi è soprattutto quello di un giacimento di storia e beni culturali, del buon vivere, dello stile. La Cina è oggi una grande metropoli desiderante in cui i ceti affluenti e cosmopoliti delle grandi megalopoli hanno due polarità di riferimento, l'american way of life come desiderio di omologazione nei consumi e l'italian way of life come desiderio di distinzione. Azzeccata dunque la scelta del padiglione italiano all'Expo, volano anche per il made in Italy. Ma bisogna saper mixare. La Cina oggi è anche una immensa tecnostruttura industrialista che sta impostando la sua transizione al nuovo ciclo del futuro, quella green economy della manutenzione delle megalopoli, della mobilità sostenibile, che costituisce la nuova frontiera terziaria, oltre che manifatturiera, nella quale il nostro capitalismo di nicchia può inserirsi. Mettendo a valore nella modernità il nostro piccolo vantaggio competitivo che ci deriva dalla storia. Dagli scooter elettrici fino alle competenze nell'edilizia sostenibile.
La frontiera sta dunque nel mostrarsi come moderni produttori oltre che artisti. E nel costruire una rete di accompagnamento commerciale delle nostre Pmi. Reti, rappresentanze, formazione cosmopolita per costruire quei saperi terziari che consentono di accompagnare le imprese, scelte di sistema per ricollocare un nostro know how manifatturiero dentro i nuovi indirizzi della green economy verso cui il macrocosmo cinese sta lentamente muovendosi, sono le vere armi con cui costruire le chance di stare nel nuovo mondo. Con la consapevolezza che nessuna nicchia è più scontata. In fondo si tratta di "ricordare il futuro" a partire dall'esperienza di quei tanti le cui storie non saranno il Milione di Marco Polo, ma un buon racconto di un modello che quel Dna antico lo possiede ancora.
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26/09/2010