A morte i ribelli dello Xinjiang

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Hu Jintao rientra anzitempo in patria, mentre a Urumqi le autorità locali annunciano che la situazione è tornata sotto controllo e che i responsabili delle violenze dei giorni scorsi saranno passati per le armi.
A quattro giorni dai feroci scontri etnici tra uiguri e cinesi che hanno lasciato sul campo 156 morti e oltre un migliaio di feriti, nella capitale dello Xinjiang il clima resta rovente. Nonostante il presidio capillare dell'esercito, ieri mattina in città si sono verificati ancora degli episodi isolati di violenza tra gruppi etnici rivali. Ad avere la peggio, secondo quanto riferito dalle agenzie internazionali, sarebbero stati gli uiguri contro i quali gruppetti di teppisti avrebbero scatenato una vera e propria caccia all'uomo.
La decisione di Hu di abbandonare il tavolo del G-8 dell'Aquila e rientrare subito a Pechino dimostra che la situazione ai confini occidentali dell'impero è ancora molto critica. Il presidente cinese - uno che di tensioni etniche se ne intende essendo stato segretario del partito comunista a Lhasa, in Tibet, alla fine degli anni 80 - è sbarcato ieri pomeriggio nella capitale. Probabilmente, vista l'escalation di violenze delle ultime ore, Hu, che è anche il numero uno delle forze armate, ha deciso di prendere di persona il comando delle operazioni militari nello Xinjiang.
La nomenklatura teme che la rivolta uigura di Urumqi possa diventare una scintilla capace di accendere il fuoco della protesta etnica in tutto il Turkestan orientale. E in particolare in quelle città come Kashgar, Hotan o Karamay dove, a differenza della capitale ormai completamente colonizzata dai cinesi han, i turcomanni musulmani non sono stati declassati a "minoranza etnica", ma sono ancora i padroni di casa.
Ieri il premier della Turchia, Tayyip Erdogan, ha espresso «dispiacere e preoccupazione» per le violenze nello Xinjiang che «hanno preso la dimensione di atrocità». Erdogan ha chiesto all'Onu di affrontare la questione sottolineando come gli uiguri - popolazione turcofona di religione musulmana - rappresentino «un ponte di amicizia tra la Turchia e la Cina».
In queste ore, l'obiettivo prioritario di Pechino è rafforzare al massimo il presidio militare in ogni angolo dello Xinjiang, in modo da isolare ogni possibile focolaio di insurrezione e stroncare sul nascere altre eventuali ribellioni popolari.
Mentre esercito e polizia montano la guardia nelle strade di Urumqi per tentare di isolare i quartieri popolati dagli uiguri ed evitare così altri contatti ravvicinati tra i facinorosi delle due comunità etniche rivali, la macchina della giustizia si è già messa in movimento. E l'ha fatto seguendo un canovaccio già ben sperimentato dalla Cina non solo nella lotta al terrorismo e al separatismo, ma anche nella battaglia contro la corruzione: punirne uno per educarne cento.
«Gli assassini saranno condannati a morte», ha annunciato il segretario del partito comunista di Urumqi, Li Zhi. Secondo alcuni attivisti uiguri fuggiti all'estero, in tre giorni i morti negli scontri sarebbero stati circa 800 e gli arresti più di tremila.
Come nel marzo 2008 in Tibet, il pugno di ferro contro gli insorti sembra dare subito i suoi risultati. «Grazie all'azione saggia del partito e del governo, la situazione è tornata sotto controllo», ha detto il sindaco di Urumqi, Jerla Isamudin, un uiguro che ha deciso di omologarsi organicamente con il sistema politico cinese.
Intanto, un'altra uigura che per un breve periodo aveva fatto la stessa scelta di campo - Rebiya Kadeer, l'imprenditrice sessantaduenne espulsa dal partito comunista a metà degli anni 90 e poi condannata a sei anni di carcere per attività sovversiva - è entrata nel mirino del governo cinese. Una serie di intercettazioni telefoniche effettuate dall'intelligence di Pechino dimostrerebbe che la dissidente uigura in esilio negli Stati Uniti dal 2005 sarebbe la grande burattinaia dietro la rivolta etnica di Urumqi.
La Kadeer ha replicato alle accuse della Cina in un'intervista concessa al Wall Street Journal. Secondo la rappresentante storica della causa uigura, la responsabilità politica dei disordini ricade interamente sulle spalle del governo cinese che, per oltre mezzo secolo, si è accaparrato le risorse naturali dello Xinjiang lasciando la popolazione locale in una situazione di profondo sottosviluppo.
La dissidente mette anche in dubbio il già tragico bilancio ufficiale della sommossa: in realtà le vittime sono 400, ha detto la Kadeer, aggiungendo che incidenti analoghi potrebbero essersi verificati anche in altre città dello Xinjiang come Kashgar, Hotan, Yarkand, Aksu e Karamay.
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LA STORIA



Dal regno all'annessione
Nel 840, cacciati dalla Mongolia ad opera della popolazione indigena dei kirghizi, gli uiguri si spostarono nel nordovest della Cina, nella regione che divenne poi nota come Xinjiang. Qui fondarono un regno che durò fino all'offensiva mongola del XIII secolo
Nel 1759 le truppe manciù dell'imperatore Qian Long attaccarono la regione, conquistata definitivamente nel 1877
Dal 1944 gli uiguri vissero un breve periodo di indipendenza e parteciparono alla costituzione della repubblica del Turkestan dell'est. Sopraffatta dall'esercito di liberazione popolare, nel 1949 la regione entrò a far parte della repubblica popolare cinese
Negli anni 50 e 60 gli uiguri furono perseguitati durante la rivoluzione culturale maoista a causa delle loro origini etniche e della fede religiosa musulmana
Nel 1997 la rivolta degli uiguri nelle città di Yining, Ghulja e Urumqi venne duramente repressa dall'esercito
Nel 2007 le forze di sicurezza cinesi fecero incursione in un presunto campo di addestramento per terroristi uiguri, uccidendo - secondo i media di stato - 18 persone
Nel 2008 lo Xinjiang fu attraversato da una serie di attentati prima e durante le olimpiadi di Pechino. Il 4 agosto un attacco contro un commissariato di polizia a Kashgar causò la morte di 17 agenti. Sei giorni dopo, a Kuqa, i separatisti uccisero 11 persone

09/07/2009