A FEBBRAIO DEFICIT COMMERCIALE PER 7.3 MLD $

Pechino, 10 mar.- Inaspettato deficit commerciale per la Cina nel mese di febbraio: secondo i dati pubblicati dalla dogana cinese, il mese scorso la bilancia dei pagamenti con l'estero si è spostata verso il segno meno per 7.3 miliardi di dollari, segnando così il primo disavanzo dal marzo del 2010. Le statistiche mostrano come le importazioni abbiano raggiunto quota 104 miliardi di dollari - il 19.4% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - mentre l'export si è attestato a quota 96.7miliardi di dollari, segnando solo un modesto +2.4% rispetto al febbraio 2010.

 

Il governo di Pechino ha avviato da tempo numerose iniziative per favorire la transizione da un modello economico eccessivamente dipendente dalle esportazioni ad un sistema basato sui consumi interni, che secondo le statistiche crescono all'incirca di un 20% annuo; tuttavia, secondo molti economisti il deficit di febbraio può essere spiegato esclusivamente sulla base di fattori stagionali. Il capodanno cinese - che si basa sul calendario lunare - quest'anno è caduto proprio nel mese di febbraio: si tratta di un periodo eccezionale nel quale fabbriche e stabilimenti riducono la produzione per alcune settimane, e che quindi difficilmente rappresenta un trend indicativo della situazione per il resto dell'anno.

 

Altri analisti sospettano che il deficit comunicato dalla Cina arrivi esattamente al momento giusto e sia stato raggiunto a un ritmo troppo veloce per un paese che solo ad ottobre aveva ottenuto un avanzo commerciale complessivo pari a 27.1 miliardi di dollari: da tempo, infatti, il surplus della Cina costituisce uno dei principali motivi di attrito tra Pechino e Washington.

 

Secondo gli Stati Uniti, l'avanzo nella bilancia commerciale tra le due nazioni pende sistematicamente a favore della Cina a causa di una sottovalutazione dello yuan. Pechino, in altri termini, manterrebbe artificialmente basso il tasso di cambio della sua moneta per ottenere un vantaggio sleale nelle esportazioni verso il resto del mondo, USA in particolare.

 

Nel giugno scorso la Banca centrale di Pechino ha svincolato lo yuan dall'ancoraggio al dollaro lanciato allo scoppio della crisi globale, consentendo un lieve apprezzamento della valuta cinese. Da allora ad oggi lo yuan ha guadagnato circa il 4% sul biglietto verde; decisamente troppo poco per accontentare quel gruppo bipartisan di parlamentari americani che preme per accusare formalmente la Cina di manipolazione di valuta e applicare sanzioni sulle importazioni cinesi. A febbraio, tuttavia, il segretario al Commercio USA Timothy Geithner aveva mantenuto un atteggiamento più conciliante, sostenendo che in termini reali la moneta cinese si è apprezzata sul dollaro del 10%, a causa della notevole pressione inflazionaria cui la Cina è sottoposta da mesi.

 

Pechino, da parte sua, continua a ripetere che il processo di riforma del tasso di cambio dello yuan procederà "gradualmente", e che l'unica motivazione del surplus commerciale che la Cina vanta sugli Stati Uniti è da ricercarsi nelle restrizioni che l'America impone al Dragone sull'acquisto di prodotti hitech.

 

Secondo diverse proiezioni, a gennaio gli Stati Uniti hanno raggiunto complessivamente un deficit commerciale di 41.5 miliardi di dollari, il livello più alto degli ultimi quattro mesi: basterà il deficit cinese di febbraio a placare gli animi più critici del Congresso USA?

 

di Antonio Talia

 

©Riproduzione riservata