A congresso le ombre cinesi delle riforme

È arbitra dei destini dell'economia mondiale. Finanzia una quota consistente del debito americano. Ha sfilato al Giappone il ruolo di prima superpotenza asiatica. Controlla la maggior parte delle risorse naturali ed energetiche dell'Emisfero Sud. Ma bastano quattro dissidenti abili a smanettare su internet per metterla in crisi agitando lo spettro di una velleitaria protesta dei gelsomini. La Cina che corre verso la grande transizione ai vertici del potere dell'autunno 2012 è un'erma bifronte: solida, forte e monolitica nella sua proiezione estera; fragile, incerta e timorosa nel cortile di casa.
«La stabilità è una benedizione, il caos è una calamità», titolava ieri il quotidiano ufficiale del Partito comunista, in occasione dell'apertura della sessione annuale dell'Assemblea nazionale del popolo (si veda l'articolo a pagina 9). Una rappresentazione biblica che, nella sua limpida icasticità, incarna perfettamente il dilemma odierno della nomenklatura pechinese vecchia e nuova: fino a che punto le riforme necessarie per garantire al paese una crescita robusta e sostenibile non incrineranno il sistema del Partito unico?

06/03/2011