A condizionare i mercati è il fattore Cina

Roberto Capezzuoli
Nella settimana che sta per concludersi, molte quotazioni delle materie prime hanno accusato un evidente assestamento, ma il trend non è tale da tranquillizare gli acquirenti. Non sono infatti soddisfacenti né le dimensioni dei ribassi, né le cause che sembrano averli innescati.
La retromarcia dei prezzi – solitamente indicati in dollari sui mercati internazionali – è dovuta principalmente al rafforzamento del biglietto verde rispetto all'euro, la moneta unica su cui pesa la difficile situazione della Grecia. I progetti per imbrigliare la speculazione, elaborati dalla Cftc – la Commissione statunitense che vigila sugli scambi delle borse merci – sono molto discussi, ma paiono suscitare minor apprensione e sono considerati tentativi velleitari, difficili da mettere in pratica.
Ieri inoltre, alla chiusura degli scambi, molti prodotti di base sono rimasti poco lontani dai recenti picchi pluriennali. Sono commodity che incidono in modo rilevante sui costi delle imprese utilizzatrici: gomma, cotone, cellulosa, nickel, cacao, rame e palladio navigano vicino o addirittura sopra alle punte registrate nel pieno del boom che aveva caratterizzato la prima metà del 2008. Verso gli stessi record si stanno portando prodotti grezzi come carbone e minerale di ferro. Sui prezzi di queste due ultime materie prime spicca una targa cinese della quale occorre tenere conto, anche se ben poco si può fare per modificare le tendenze di un paese che ormai domina numerosi settori, sia quanto a consumi, sia quanto a produzione. Un esempio su tutti, e non si tratta di un caso isolato, è quello dell'alluminio: nei primi mesi dell'anno la produzione cinese è stata pari al 66% del totale mondiale.
La crescita cinese lascia in eredità al sistema produttivo europeo, giorno per giorno, rincari delle materie prime che non hanno la stessa tendenza della domanda di semilavorati e di prodotti finiti. L'indice giornaliero Reuters Jefferies Crb, che si basa su 19 contratti futures americani, ha perso il 5-6% dai massimi di gennaio, ma supera ancora del 25-27% i valori dell'aprile 2009, senza che vi sia una giustificazione all'interno dell'Ocse, se si esclude il potere amplificatore degli interventi effettuati dai grandi fondi d'investimento.
L'altra eredità made in China è l'impossibilità di costruire previsioni attendibili o di studiare interventi efficaci. Se anche venisse concordata una progressiva rivalutazione dello yuan, nelle borse merci si tradurrebbe in un crescente potere d'acquisto delle aziende di Pechino. Invece ogni mossa cinese per raffreddare la crescita getterebbe i mercati in una situazione di instabilità che già oggi è uno dei freni agli acquisti cautelativi da parte delle imprese trasformatrici.
Le ricadute si vedono nell'indice dei noli marittimi, tre volte superiore ai minimi di fine 2008 ma quattro volte più basso dei record pre-crisi. Il risvolto che però fa più paura è sui listini dei prodotti finiti. Con prezzi del ferro e del carbone che denunciano un raddoppio rispetto allo scorso anno – complici i consumi cinesi e la forza contrattuale delle grandi società minerarie – le conseguenze a valle sono facili da immaginare.
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23/04/2010