A Cina e Bp il « tesoro» iracheno

Roberto Bongiorni
Il gap tra le offerte delle compagnie petrolifere in gara e le condizioni contrattuali richieste da Baghdad in molti casi è apparso incolmabile. Troppo voraci le major energetiche o troppo esoso il governo iracheno? Ciascuna delle parti in causa, naturalmente, è convinta di essere nel giusto. Nessuno è però ricorso a toni polemici. La posta in gioco è troppo alta: il mare di petrolio che si distende nel sottosuolo iracheno, le terze riserve accertate al mondo. Qualcosa tuttavia è andato storto. La prima gara d'appalto per la sfruttamento di sei giacimenti di petrolio già in funzione e due di gas ancora da sviluppare è stata deludente: è stato assegnato un solo giacimento, anche se di gran lunga il più grande. Vale a dire Rumaila, nel sud dell'Iraq, vinto dall'inedito consorzio composto dalla britannica British Petroleum insieme alla cinese China National Petroleum (Cnpc). Uno su otto in palio non appare un risultato brillante. Lo stesso ministro del petrolio Hussan al-Shahristani si attendeva di strappare almeno tre contratti per risollevare l'industria petrolifera irachena, provata da sei anni di guerra e dalle dure sanzioni imposte durante l'era di Saddam Hussein. Cosa è accaduto?
Le offerte delle compagnie ci sono state, e in alcuni casi la competizione è stata serrata. Erano presenti otto delle maggiori major energetiche non statali. Il caso del giacimento di Bai Hassan spiega meglio di tutto perché non sono andati in porto gli altri contratti. Il consorzio guidato dalla major americana ConocoPhillips ha proposto un compenso di 26,70 dollari per ogni barile aggiuntivo estratto. Il governo ha abbattuto il valore a soli quattro dollari, quasi sette volte meno. Per la stessa ragione non è andata in porto l'assegnazione del giacimento di Zubair, per il quale il consorzio guidato dall'Eni, insieme ancora una volta a una compagnia cinese, in questo caso con la Sinopec: Eni aveva presentato la migliore offerta. Il Governo ha chiesto il dimezzamento dei costi di servizio stimati dalla major. Il colosso energetico italiano si è così ritirato. Cosa che hanno fatto gli altri tre consorzi piazzatisi dopo.
Il governo iracheno ha forse esagerato. D'altronde era in difficoltà. Da tempo all'interno del parlamento, tra i ministri e tra gli ingegneri della compagnia petrolifera statale irachena si era formata una fronda trasversale che si opponeva fermamente alla gara. Qualcuno chiedeva un rinvio, altri non erano disponibili a mettere sul mercato l'industria petrolifera statale.
Anche per i due campi di gas, ancora da sfruttare, non è stato spuntato alcun accordo. L'Edison ha ritirato la sua offerta relativa al campo di Akkas per le stesse ragioni. Per il campo di Mansuriyah non si è presentato nessuno: troppo rischiosa la sua posizione geografica, una zona contesa tra curdi e arabi. Senza contare le nette divisioni sulle modalità della ripartizione dei ricavi petroliferi tra i curdi e la maggioranza di governo sciita.
L'assegnazione di Rumaila è comunque un evento storico. Le sue riserve ammontano a 17 miliardi di barili, gli altri cinque giacimenti in palio ne conservano 26. Un petrolio peraltro molto economico da estrarre e di buona qualità. «Hanno accettato di essere pagate 2 dollari al barile, che è quanto avevamo chiesto inizialmente, e si sono impegnate a produrre 2,85 milioni di barile al giorno nei prossimi sei anni», ha dichiarato il ministro del Petrolio, ricordando tuttavia che il risultato della gara deve essere presentato al Consiglio dei ministri. Ma i contratti sono indispensabili per raggiungere l'ambizioso obiettivo del ministro: portare la produzione petrolifera dagli attuali 2,4 milioni di barili al giorno a sei milioni entro il 2015.
Al termine della gara il governo avrebbe sollecitato le compagnie in gara a rivedere le loro proposte entro le 11 di oggi. È comunque la prima volta da 37 anni, da quando fu avviata la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, che un compagnia straniera ritorna con un ruolo attivo in Iraq. Difficile che oggi le major siano disposte ad accettare le condizioni del governo di Baghdad. Le condizioni iniziali non erano favorevoli già in partenza. Contratti di servizio, della durata di 20 anni, in cui le major sono obbligate a una joint venture con una compagnia irachena, e a impegnarsi con onerose promesse di pagamento.
Al di là dello storico ritorno, il contratto vinto da Bp, pur non in termini vantaggiosi per la società britannica, potrebbe essere foriero di altri accordi più remunerativi per il futuro. A fine anno saranno messi in gioco i contratti per l'aggiudicazione di diversi giacimenti di greggio ancora da sfruttare. E in Medio Oriente il rapporto di fiducia è un elemento chiave. Non è un dettaglio, infine, la folta presenza delle compagnie cinesi. Da alcuni anni il secondo consumatore mondiale di petrolio sta cercando nuove frontiere per aumentare l'import di greggio e soddisfare l'appetito energetico della sua economia. In Africa Pechino ha messo le mani su diversi giacimenti, trasformando alcuni paesi, come il Sudan, in una sorta di protettorato. Ora sembra intenzionata a rafforzarsi in Medio Oriente. Non è un caso se ieri su otto giacimenti in palio, le major cinesi erano presenti in sette gare. In alcuni casi si sono sfidate anche per lo stesso pozzo.
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PRODUZIONE DA RILANCIARE

La posta in palio
I contratti proposti dal governo iracheno sono contratti di servizio della durata di 20 anni, che impongono ai consorzi stranieri una joint venture con compagnie irachene e una remunerazione vincolata agli incrementi produttivi garantiti
La gara di aggiudicazione che si è svolta ieri prevedeva due criteri di scelta: una remunerazione fissa (in dollari) per ogni barile di petrolio in più (o di barile equivalente nel caso del gas) assicurato dalla compagnia o dal consorzio; un target di incremento produttivo per ogni giacimento, in barili o milioni di piedi cubici al giorno. A far naufragare la quasi totalità delle offerte è stato il gap tra la remunerazione richiesta dai consorzi e quella proposta dal governo iracheno
Il peso della nazionalizzazione
I primi giacimenti petroliferi in Iraq risalgono alla fine degli anni Venti. Dopo alterne vicende, nel 1972 il regime baathista, salito al potere quattro anni prima e già allora dominato dal futuro presidente Saddam Hussein, decise di nazionalizzare i pozzi, creando la Compagnia petrolifera irachena, che però rimase di fatto, per molti anni, ostaggio delle decisioni delle compagnie britanniche, statunitensi e francesi. Dopo anni di sanzioni internazionali, di guerra e guerriglia, la tecnologia petrolifera irachena ha subito pesanti contraccolpi, che hanno impedito alla produzione di superare il livello produttivo - 2 miliardi e mezzo di barili al giorno - raggiunto nell'era Saddam, per non dire dei livelli raggiunti in passato
Gli obiettivi del governo
A riaprire la corsa all'oro nero iracheno (e al gas) è stato il ministro del Petrolio, Hussain al-Shahristani. Il suo obiettivo - difeso a spada tratta contro lo scetticismo di politici e tecnici, preoccupati di una tempistica troppo precipitosa - è svecchiare le obsolete infrastrutture irachene, incrementando la produzione, e rimpinguare le casse dello stato: a suo avviso i nuovi contratti dovrebbero fruttare ben 1.700 miliardi di dollari in 20 anni. La gara di ieri (sei giacimenti di petrolio per un totale di 43 miliardi di barili di riserve, oltre ai due di gas) è stata la prima, ma già il governo ne aveva messa in calendario una seconda in tempi relativamente brevi: una quindicina di giacimenti, per un ammontare complessivo di oltre 40 miliardi di riserve

01/07/2009