A Cancun si rischia il fallimento

CANCUN. Dal nostro inviato
Come lo chiameranno? Certo non Protocollo di Cancun, perché dal vertice climatico dell'Onu non uscirà di sicuro un trattato internazionale da ratificare. Certo non Cancun Accord, perché assomiglierebbe troppo a quel Copenhagen Accord raggiunto l'anno scorso in extremis, quasi a mascherare il tracollo del processo diplomatico sulla riduzione delle emissioni-serra. E neppure Cancun Roadmap, visto che quella tracciata a Bali nel 2007 non ha portato da nessuna parte. Ma i delegati di 194 paesi del mondo, riuniti da due settimane lungo le bianche spiagge della località turistica messicana, un nome all'acerbo frutto dei loro negoziati lo dovranno pur trovare. Ovviamente, sempre ammesso che riescano a mettersi d'accordo su un testo conclusivo.
A poche ore dalla conclusione ufficiale del summit (le 6 di pomeriggio, ora messicana), sarebbe già un bel risultato: dopo qualche spiraglio di luce, ieri il negoziato è ripiombato nell'ombra. Troppo grandi le distanze fra Cina e Stati Uniti, i due paesi più energivori al mondo. Troppo profonda la spaccatura fra il nord e il sud del mondo. Troppo potenti le forze contrarie dei paesi che producono petrolio, come Russia e Arabia Saudita.
«Se riuscissimo a chiudere entro le 6 – ha detto ieri mattina Connie Hedegaard, commissario Ue per il clima – me la sentirei di offrire la cena a tutti». Ma il suo conto in banca non corre rischi: secondo le previsioni della vigilia, il negoziato andrà avanti nella notte. Molto, molto avanti. Dopotutto, i negoziatori climatici ci sono abituati: anche nel '97, a Kyoto, l'intesa fu raggiunta intorno alle 5 del mattino. Per stanchezza, si presume.
Siccome tutto, punto per punto, deve essere ancora negoziato è difficile anche anticipare quali potranno essere i contenuti del (aperta parentesi, nome da definire) di Cancun. Le bozze di testo circolate in questi giorni avevano così tante parentesi aperte come questa, con varie opzioni da scegliere, che nessuno può permettersi di scommettere su niente.
In linea di massima, il documento finale dovrebbe includere l'istituzione di un fondo con una dotazione di 100 miliardi di dollari l'anno, per aiutare i paesi emergenti a confrontare i cambiamenti climatici in corso (quel che nel gergo Onu si chiama "adattamento") e a ripulire le industrie che producono energia in modo da abbassare le emissioni-serra (in gergo: "mitigazione"). Ma, in ogni caso, i dettagli tecnici del fondo saranno stabiliti in futuro. Poi c'è il cosiddetto capitolo Redd: incentivi ai paesi tropicali per rallentare – e in prospettiva – arrestare la deforestazione che pesa sugli equilibri planetari dell'anidride carbonica, naturalmente assorbita dalla vegetazione. Questo era il passaggio più avanzato dell'intera trattativa, ma è stato rimesso in discussione anche questo.
Si parla anche della nascita di un Comitato per l'adattamento: una sorta di consiglio consultivo per aiutare i paesi più colpiti ad affrontare gli effetti del cambio climatico. Potrebbero spuntare inoltre le regole per il monitoraggio, il reporting e le verifiche (Mrv, nel solito slang climatico) sulle emissioni dei paesi industrializzati. In realtà, gli americani – che anche stavolta hanno continuato a recitare la parte dei cattivi – avrebbero voluto imporre l'Mrv anche alla Cina e all'India (che sotto il Protocollo di Kyoto non hanno obblighi), ma ricevendo solo risposte negative. Anche qualora gli emergenti accettassero di trasformare i tagli volontari alle emissioni in qualcosa di vagamente vincolante (cosa che i rappresentanti di Pechino e New Delhi hanno sbandierato come arma negoziale), non c'è speranza che accettino di essere controllati.
In questo scenario infine, resta aperta la vexata quaestio del Protocollo di Kyoto. Il Giappone, proprio il paese dove venne siglato quello storico patto internazionale, ha tentato di metterlo da parte – dal 2013 in poi, ovviamente, quando sarà decaduto – con l'idea di approdare a qualcosa di completamente nuovo. Peccato che i paesi poveri l'abbiano interpretata come una mossa per scavalcare il suo principio fondante, le «comuni ma differenziate responsabilità», ovvero la distinzione fra i paesi che sputano CO2 nell'atmosfera da due secoli e quelli che hanno cominciato solo da poco. «Tutti vogliono vivere in una casa più bella – ha commentato il capo della delegazione boliviana Pablo Solon, con una felice battuta – ma nessuno distruggerebbe la vecchia senza aver costruito prima quella nuova».
Le probabilità di un accordicchio notturno, con i delegati forzatamente deprivati del sonno, sono piuttosto alte. Ma, qualunque sarà il nome che gli daranno, ha ben poche possibilità di entrare nella storia del genere umano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

11/12/2010