« Una legge al giorno per colmare il divario Strada ancora lunga»

MILANO
«La Cina sta facendo molto per aprirsi agli investitori esteri. Ha fatto passi da gigante sul sistema legislativo, importando le leggi più recenti dall'estero e adattandole alla realtà cinese. Il problema è che il sistema giudiziario resta inadeguato: la legge ormai c'è, ma l'infrastruttura che la supporta resta sottosviluppata. E questo, ancora, frena gli investitori internazionali». Simon James Davies, numero uno mondiale dello studio legale Linklaters, conosce molto bene la Cina. Vizi e virtù. Ha visitato per la prima volta il paese del Dragone negli anni '80 - «già allora si capivano le potenzialità del paese» -, tornando poi più volte. E oggi che guida uno degli studi legali più grandi del mondo, mantiene vivo l'interesse per questo paese: Linklaters è infatti uno degli studi legali internazionali più attivi in Cina e Hong Kong, dove conta più di 280 avvocati locali. Davies è, insomma, un osservatore privilegiato. E, per esperienza diretta, afferma: «Pechino si sta muovendo nella giusta direzione, ma ha ancora altra strada da percorrere».
Cosa manca ancora in Cina, dal punto di vista legale, per aprire veramente le porte agli investitori esteri?
La Cina è stata storicamente governata da un uomo solo: prima dall'imperatore, poi dal partito comunista. Il primo passo necessario da fare era la conquista del senso del rispetto delle regole. E questo i cinesi lo stanno acquisendo nell'ambito dei rapporti commerciali. Ora le leggi sono sofisticate, anche perché Pechino ne ha mutuato la maggior parte dai migliori sistemi internazionali. Penso di esagerare solo un po' se dico che, negli ultimi dieci anni, è stata approvata una nuova legge quasi ogni giorno: questo ha in gran parte colmato il divario che c'era con il resto del mondo.
Però?
C'è ancora altra strada da fare. Non basta avere leggi buone, ma serve anche un sistema giudiziario efficiente. E questo è un work in progress. Per aprire veramente il mercato cinese alle controparti estere, questo è un passo necessario: se c'è un contenzioso con aziende internazionali, serve un sistema giudiziario efficiente. Fino ad oggi questo è mancato: infatti le imprese tendono a voler risolvere le controversie legali fuori dal territorio cinese.
In questo contesto un ruolo può averlo Hong Kong? In fondo ha tradizioni occidentali.
Esattamente. Hong Kong ha una forte tradizione legale e ha un sistema finanziario trasparente. Per questo rappresenta un importante punto d'approdo per le imprese internazionali che vogliono avvicinarsi alla Cina. La certezza della legge è importante per dare fiducia agli investitori: a Hong Kong si trova.
È per questo che è stata scelta come laboratorio per creare un mercato del debito denominato in renminbi?
Sì, era la soluzione ideale. Potersi finanziare direttamente in valuta cinese era molto importante per le imprese straniere che fanno affari nel paese. E Hong Kong era il posto perfetto dove poter avviare un esperimento di questo tipo. In tanti credono che questo esperimento possa portare alla creazione di un nuovo mercato obbligazionario di grandi dimensioni, un po' come è accaduto agli eurobond negli anni '70.
Qual è l'obiettivo finale della Cina?
La Cina non ha chiarito i suoi obiettivi a lungo termine, ma è ragionevole attendersi che il mercato del debito denominato in renminbi diventi un fenomeno globale. In un recente discorso Charles Li, capo della HKSE, ha affermato di aspettarsi che, da qui a vent'anni, il renminbi non solo sarà pienamente convertibile ma sarà considerato una valuta di riserva da banca centrale.
Il mondo occidentale, dopo la crisi finanziaria, ha avviato una serie di riforme restrittive, a partire da quella di Basilea 3. In Asia si è fatto molto meno. Questo non potrebbe causare pericolose difformità?
Potrebbe materializzarsi il rischio di arbitraggi regolamentari. Di conseguenza, le istituzioni finanziare potrebbero sentirsi incoraggiate a spostare parte delle loro attività sui mercati meno regolamentati.
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07/01/2011