« Nuova ondata di investimenti cinesi»

Stefano Carrer
Gli investimenti tra Italia e Cina, nei due sensi, possono entrare in una nuova fase dopo una recessione globale alla quale Pechino ha saputo reagire con efficacia e non senza alcuni cambiamenti. Ne sono convinti Chris Lu, Ceo di Deloitte China dall'ottobre 2008, e il responsabile italiano Roberto Tentori. Il gruppo di servizi professionali ha da poco nominato Domenico Russo come leader per l'Italia del Chinese Service Group, la struttura che in 100 sedi estere coordina le attività finalizzate a supportare le aziende cinesi e internazionali in entrambe le direzioni. Si fa tesoro dell'esperienza dell'Italian Desk a Shanghai, insomma, ma ora si stabilisce che il coordinamento avvenga dall'Italia.
Lu si rammarica di non essere potuto venire a Roma al primo meeting in Italia del Board mondiale di Deloitte: le incertezze da vulcano islandese sui cieli europei hanno consentito solo a pochi top manager di raggiungere la capitale. Al telefono, Lu afferma che il suo network, che conta su 8mila persone in 12 uffici territoriali, è ancora in espansione: durante la recessione mondiale, i volumi di affari hanno tenuto, anche se la società ha abbassato i prezzi dei suoi servizi e quindi i proventi sono rimasti stabili. La focalizzazione è verso il rafforzamento di un ruolo di consulenza verso i gruppi cinesi che vogliono investire all'estero non più principalmente nel settore delle materie prime, ma a tutto campo.
«Tra i gruppi cinesi si sta riscontrando un trend di consolidamento che si accompegnerà a una ulteriore proiezione all'estero – afferma –. Le grandi società statali non finanziarie scenderanno da un centinaio a 60-70, e anche quelle private tenderanno sempre più a concentrarsi sul loro core business». Un riassetto al quale farà riscontro un «rinnovato interesse per investimenti all'estero in settori-chiave: elettrodomestici, automotive, trasporti e logistica, tessile e così via».
Uno dei comparti in cui potrebbero svilupparsi collaborazioni tra i due Paesi, a parere di Lu, è quello della green economy: «La linea del governo è chiamente indirizzata in questo senso. E qui in molti possono fare business e soldi: non tanto nel solare, ma nelle tecnologie che consentano il recupero di efficienza nelle energie tradizionali». Lu nota anche che, al di là di alcune esperienze negative del passato, i cinesi possono essere interessati non solo ad acquisire il controllo totale di società estere, ma anche a entrare con quote di minoranza, ossia, come preferiscono dire, a fare jount venture, o prevedere una gradualità nel passaggio al controllo: «Si tratta anche di una questione di management: varie società cinesi non hanno competenze e personale sufficienti a gestire operazioni internazionali».
Secondo indiscrezioni, è in preparazione una nuova visita di grandi investitori industrali cinesi in Italia. Quanto agli investitori stranieri in Cina, «le ormai tradizionali opportunità di insediamento manifatturiero non verranno meno, nel quadro di una spostamento dalla zona costiera ad altre più all'interno del Paese: lì si troveranno le condizioni più favorevoli». E' chiaro che «si incrementano le potenzialità legate all'estendersi della classe media e della sua capacità di spesa: l'apertura in questi giorni del nuovo flagship store di Louis Vuitton a Shanghai non ne è che l'ultima testimonianza». La promessa di un grande mercato di consumatori appare attraente per le aziende italiane che possono cercare di fare "leverage" sulla forza dei loro marchi e delle loro competenze tecnologiche, secondo Lu, magari attraverso joint venture con grandi operatori o la ricerca di sinergie. Il consiglio principale di Lu, comunque, è quello di non improvvisare: «Occorre avere pazienza e farsi aiutare a capire che la Cina è un solo Paese ma con mercati in parte differenti. E va identificata bene la value proposition: quale valore si porta qui».
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27/04/2010