« Mio padre fucilato dal regime di Mao»

Luca Veronese
«È passato mezzo secolo, non abbiamo mai detto cosa è successo davvero... Il caso di quel Riva ce lo siamo per lo più inventato noi. Non ci fosse stato lui, ne avremmo trovato un altro e avremmo avuto la nostra bella congiura americana. Era quello che ci serviva allora». Sono le parole di Zhao Ming, ex viceministro cinese per la Pubblica sicurezza e nel 1951 vicedirettore della Prima sezione investigativa a Pechino. «Quel Riva» è Antonio Riva, messo a morte nel 1951: l'ultimo cittadino di un paese europeo a essere giustiziato in Cina, prima del britannico Akmal Shaikh. L'italiano venne condannato dal regime cinese per spionaggio e per aver organizzato un attentato contro Mao Zedong. Accuse improbabili, oltre che infondate, scaturite dalla lotta di potere che infiammava Pechino subito dopo la guerra civile e la nascita della Repubblica popolare.
Montano Riva Barbaran, uno dei quattro figli di Antonio Riva, all'epoca aveva otto anni: «Tornammo in Italia. Tutta la mia famiglia decise di non sprecare parole per rispondere alle accuse del regime e a quelle di pseudo-intellettuali accecati dall'ideologia», quelli che anche in Italia consideravano Antonio Riva colpevole, legato ai servizi americani, nemico perché così avevano deciso in Cina e così doveva essere.
«Eravamo delusi e arrabbiati con le autorità italiane che ci avevano lasciati soli. Poi quelle parole del viceministro Zhao Ming ci hanno convinto a rompere il silenzio. Rispetto a qualche anno fa - dice Montano Riva Barbaran - il giudizio storico su mio padre è molto cambiato anche da noi. Oggi tutti riconoscono che non era un assassino ma un cittadino italiano capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato».
Perfino il governo cinese sembra ormai voler prendere le distanze da quell'esecuzione sommaria: «Dall'agosto scorso - continua Montano Riva Barbaran - a Pechino hanno incaricato un procuratore di individuare la responsabilità per quanto accaduto. Noi, attraverso il governo italiano, chiediamo una presa di posizione ufficiale. Ma non so se arriveranno ad ammettere le loro colpe».
Antonio Riva era nato nel 1896 a Shanghai, dove la sua famiglia commerciava in sete. Aveva però studiato in Italia. Si era guadagnato onori e medaglie nell'aviazione durante la Prima Guerra Mondiale. Tornato in Cina nel 1920, era diventato consigliere militare e buon amico di Chiang Kai-shek.
Fu condannato e fucilato il 17 agosto del 1951, dopo un processo durato poco più di un'ora, con uno dei suoi presunti complici, il giapponese Ryuchi Yamaguchi. Secondo l'accusa avevano fornito «informazioni riservate» a un diplomatico americano e volevano uccidere Mao a colpi di mortaio durante una parata militare in piazza Tienanmen. «Accuse inventate, forse per colpire un americano, il colonnello David Barret alla guida della missione Dixie, inviato nel 1944 dal presidente Roosevelt per aiutare Mao contro i giapponesi. Il potere di Mao era tutt'altro che incontrastato, c'erano lotte intestine al gruppo dirigente», dice ancora Montano Riva Barbaran.
«Come considero la Cina oggi? Di sicuro - dice Montano Riva Barbaran - non porto rancore nei confronti di quel paese: la vicenda tragica di mio padre è avvenuta in un periodo storico tumultuoso, in circostanze molto particolari. Oggi osservo come la Cina si sta sviluppando nell'economia: tanto di cappello. Ma mi chiedo anche qual è il prezzo dello sviluppo in termini di libertà delle persone e di rispetto dei diritti umani».
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30/12/2009