« Le Pmi locali devono catturare i capitali cinesi»

«Per battere i cinesi bisogna allearsi con i cinesi. Non c'è alternativa». E considerato che ci sono già ora «oltre 4mila miliardi di dollari di investimenti finanziari cinesi in giro per il mondo», quello di partecipare al banchetto è una strada obbligata, «per le imprese emiliano-romagnole, ma per quelle italiane in generale».
Alberto Forchielli, classe '55, bolognese, una lunga esperienza passata anche attraverso l'Iri e la Banca Mondiale, ha scelto la Cina come "casa", ma ha anche legato al gigante asiatico la sua scommessa: è stato l'ideatore del primo fondo Mandarin Capital Partners, strumento finanziario nato nel 2006 per sostenere gli investimenti delle aziende italiane in Cina e in aziende cinesi desiderose di rafforzare la loro presenza in Italia e in Europa. L'idea, partita da Forchielli, è stata raccolta da Intesa Sanpaolo, dalla China Development Bank e China Exim Bank. Il fondo – presieduto da Fabio Roversi Monaco, presidente della Fondazione Carisbo e di BolognaFiere – con una dotazione complessiva di 328 milioni ha fatto investimenti per 1,4 miliardi, entrando nel capitale di società come le bolognesi Ima e Gvs, rispettivamente leader nelle macchine per il packaging e nella produzione di filtri plastici a inserto e nel gruppo tessile Miroglio. «Alla presenza del premier Berlusconi e del primo ministro cinese Wen Jiabao è stato firmato l'accordo per far partire il "Mandarin II", che arriverà all'operatività nel 2013. Sarà un fondo di diritto cinese con un impegno da 2 miliardi di euro».
Una cifra enorme, specialmente se paragonata al primo fondo...
Questo però sarà un fondo a respiro più europeo. E c'è da considerare che, rispetto a qualche anno fa, la Cina ha ancora più necessità di investire all'estero. Hanno molta liquidità e non possono tenerla tutta sul dollaro. Anzi, la loro intenzione è spostare l'impegno dai titoli di Stato agli investimenti diretti nelle aziende.
E in questo quadro come vengono viste dalla Cina le imprese italiane ed emiliano-romagnole in particolare?
Sicuramente con interesse. Sul piano nazionale, l'Italia può diventare un partner privilegiato soprattutto nella misura in cui saranno sfruttati al meglio i rapporti amichevoli fra i due paesi, perché dalla Cina non si investirà mai in operazioni ostili. Per quanto riguarda le aziende emiliano-romagnole, agli occhi cinesi sono seconde per interesse solo dietro a quelle lombarde. Rispetto a quelle piemontesi o venete sono invece preferite per la loro maggiore cifra hi-tech.
E quali settori potrebbero maggiormente fare gola?
Quelli a maggiore tecnologia. Basti pensare alla meccanica avanzata o alla meccatronica, così come alle aziende che operano nel settore oleodinamico. Però c'è grosso interesse anche per le realtà del settore moda.
Ma questo aprirsi alla finanza cinese non stride con gli appelli lanciati dagli imprenditori di tanti distretti, soprattutto quelli del tessile, che hanno pagato dazio proprio alla concorrenza cinese?
Ragionare in questi termini non è corretto. C'è una correlazione diretta fra la crescita di un Paese e la sua capacità di attrarre investimenti. Per l'Emilia-Romagna, e per l'Italia in generale sarebbe estremamente positivo riuscire a catturare una parte degli investimenti cinesi che stanno "inondando" il mondo. Magari avessimo del capitale estero per fare per le nostre infrastrutture
E praticamente come si può fare a cogliere questi flussi?
O ci si quota in Cina, come hanno fatto Prada o la stessa Ima, oppure si permette l'entrata nel capitale di fondi cinesi. L'importante è non perdere questo treno, perché senza agganciare questo flusso di investimenti rischiamo di rimanere tagliati fuori dal mondo.
andrea.biondi@ilsole24ore.com
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28/06/2011