« La sfida: intercettare il boom di quei paesi»

«La crisi è finita. La curva della domanda, però, in Occidente resta piatta. Il problema, per l'industria torinese e per l'intera manifattura italiana, è intercettare la poderosa crescita cinese e indiana». Gianfranco Carbonato, a 63 anni presidente dell'Unione industriale di Torino, è appena tornato dalla Cina. La sua consuetudine è antica: da dieci anni Prima Industrie, l'azienda da lui fondata che aderisce perfettamente al canone del Quarto Capitalismo, opera in Cina. E sua azionista, con oltre il 10%, è la cinese Han's Laser Technology.

Rispetto a dieci anni fa, cosa è cambiato?

Loro sono diventati interlocutori più tosti. E non solo perché, in questi dieci anni, in Cina sono arrivate migliaia di imprese straniere. Allora, nei rapporti d'affari, avevano pochi soldi. Ora ne hanno molti. Inoltre, negli anni Novanta il gioco era semplice: facevamo joint venture scambiando partecipazioni con tecnologia, che loro non avevano. Oggi, di tecnologia, iniziano ad averne in misura significativa e di qualità non irrilevante. Il livello della competitività si è molto innalzato.

Come sono mutate le strategie?

Prima della grande crisi, si produceva in Cina per conquistare la Cina. Oggi si produce là non solo per vendere in loco, ma anche per esportare i propri prodotti verso i paesi emergenti, che vista l'afasia europea e le insicurezze americane restano gli unici in grado di assorbire nuovi prodotti. Con una differenza: dieci anni fa era impossibile non avere un socio cinese. Oggi, soprattutto nelle metropoli più occidentalizzate, si può fare. Anzi, è consigliabile. Meglio essere soli che avere un socio dormiente che, all'improvviso, si sveglia.

Quanto conta la mediazione dei cinesi, per fare affari con i cinesi?

Le barriere culturali e linguistiche restano notevoli. Un buon avvocato e un mediatore dal forte senso pratico sono fondamentali, quando per esempio vuoi lavorare con le vecchie grandi imprese comuniste del nord. Lo stesso vale se tratti con le piccole e medie aziende, sorte dal brodo primordiale del confucianesimo e alimentate dalle riforme economiche di Deng Xiaoping: vitali, caotiche e poche irregimentabili in alcun tipo di regole. Gli standard occidentali vigono soltanto quando lavori con grandi gruppi come Volkswagen.

Chi deve andare, oggi, in Cina?

Le imprese italiane del Quarto Capitalismo. Ci credo moltissimo. Quelle che hanno un prodotto tecnologicamente evoluto, la forza finanziaria per disporre di almeno la maggioranza assoluta della società cinese e una esperienza internazionale già solida. C'è, però, un problema. La prima volta siamo andati in Cina da soli. Ora è più complicato: loro sono più forti e la concorrenza straniera è dura. Noi medie imprese non siamo la Fiat, l'Eni, la Pirelli. Abbiamo bisogno di un supporto da parte del sistema paese che, però, non c'è. Sapesse l'invidia, quando a Pechino vedo i miei concorrenti tedeschi trovare, tutti concentrati nella così detta Casa Germania, il consolato, l'albergo, la compagnia aerea di bandiera, i grandi studi di avvocati di Francoforte, i commercialisti di Amburgo e i consulenti di Hannover.
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27/11/2009