« La pressione viene dai salari»

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
«L'inflazione? Tutta colpa dei salari che, dopo due decenni di stabilità, stanno aumentando a ritmo vertiginoso. Dovremo abituarci perché stavolta non si tratta di un rialzo congiunturale, bensì di un fenomeno strutturale destinato a durare a lungo». Andy Xie, oggi economista indipendente dopo essere stato per anni il grande stratega di Morgan Stanley per la Cina, non ha dubbi: la fiammata dei prezzi registrata a febbraio è l'effetto di un grande cambiamento che sta attraversando l'economia cinese.
Anche due anni fa di questi tempi, prima che la crisi finanziaria globale investisse la Cina, l'inflazione aveva alzato pericolosamente la testa. Cos'è cambiato in così poco tempo?
Sul mercato del lavoro, che è la spina dorsale di un'economia a basso contenuto di capitale e di automazione come quella cinese, tutto. Per vent'anni l'industria manifatturiera ha potuto contare su un bacino pressoché illimitato di manodopera a basso costo. Oggi non è più così, perché gli abitanti delle zone rurali che sono stati gli artefici del boom del made in China nel mondo, non sono più disposti a trasferirsi a migliaia di chilometri da casa per uno stipendio da quattro soldi. Per lasciare i loro villaggi chiedono una paga superiore ai livelli di sussistenza.
In pratica ciò cosa significa?
Significa salari molto più elevati rispetto a quelli che le imprese dei grandi poli manifatturieri hanno pagato finora. Nel Guangdong e nel Jiangsu, per esempio, di questi tempi per un'impresa è del tutto normale offrire a un operaio una remunerazione maggiore del 20% rispetto a un paio di mesi fa.
I costi di produzione delle aziende cinesi, dunque, sono destinati ad aumentare?
Certamente. E non solo a causa delle pressioni salariali sul settore manifatturiero. Anche nel terziario la musica è cambiata. Oggi nelle grandi città del paese anche gli emigrati che lavorano come camerieri negli alberghi e nei ristoranti vogliono essere pagati di più.
Ma il governo non può fare nulla per riportare sotto controllo l'aumento del costo del lavoro? Per esempio, considerando anche la necessità di fronteggiare l'invecchiamento demografico della popolazione con cui la Cina dovrà fare i conti nel prossimo ventennio, aprire le frontiere all'immigrazione di giovani lavoratori dal resto dell'Asia?
Assolutamente no. Sarebbe un'operazione troppa complessa e rischiosa sia sul piano politico, che su quello sociale. Inoltre, gli esperimenti di questo tipo già tentati da altri paesi asiatici, come Taiwan e Corea del sud, hanno avuto risultati fallimentari. Non c'è niente da fare: quando nei paesi emergenti le pressioni salariali iniziano a crescere troppo, le produzioni sono costrette a migrare in nazioni che offrono un costo del lavoro più basso. La Cina non farà eccezione a questa regola.
Tornando all'inflazione, cosa può fare Pechino per arrestare la spirale al rialzo dei prezzi?
La recente fiammata inflazionistica è l'effetto combinato dei cambiamenti strutturali del mercato occupazionale e della politica monetaria espansiva promossa dalla People's Bank of China dall'autunno 2008 in avanti. A mio avviso, per prevenire ulteriori violenti aumenti dei prezzi al consumo, la Banca centrale dovrebbe aumentare i tassi d'interesse di almeno 3 punti percentuali in tempi rapidissimi. In ogni caso, il paese è entrato in una fase inflazionistica di lunga durata. Questo è un dato di fatto. Non mi stupirei se, nel giro di un paio d'anni, l'inflazione cinese assumesse una portata a doppia cifra.
In questo caso Pechino sarebbe costretta a rialzare notevolmente il costo del denaro frenando così la crescita economica...
È un processo inevitabile. Nel prossimo decennio, la crescita economica cinese sarà certamente inferiore ai tassi registrati in questi ultimi anni.
Questo rallentamento non rischia di avere effetti destabilizzanti sul paese?
Questa è un timore assai diffuso, che però io non condivido. Sono convinto, infatti, che nello stadio di sviluppo raggiunto oggi dalla Cina, la crescita dei livelli salariali possa avere un effetto positivo sulla società cinese perché andrà ad attenuare le disparità di reddito e di ricchezza create da vent'anni di espansione economica incontrollata.
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CHI È

Dal Mit a Morgan Stanley
Andy Xie (nella foto), 47 anni, si è formato nelle aule del Massachusetts Institute of Technology di Boston: laurea in ingegneria e poi un Phd in Economia. Al Fondo monetario internazionale prima di arrivare alla Morgan Stanley nel 1997
Nella banca d'affari americana è stato capo economista per l'Asia e il Pacifico fino al 2006, quando venne diffusa all'esterno una sua mail riservata che definiva Singapore come un centro di riciclaggio di denaro e l'Asean come un fallimento
Noto per le sue posizioni provocatorie e spesso critiche nei confronti di Pechino. È tra quanti possono dire di aver visto in anticipo la crisi asiatica del 1997, la bolla di internet del 1999 e la crisi dei subprime del 2008. Oggi è un economista indipendente con base a Shanghai

12/03/2010