« La Cina può scavalcare gli Stati Uniti»

Ieri, al Palazzo di Vetro, il presidente Hu Jintao ha annunciato per la prima volta che la Cina metterà un tetto alle emissioni, ancorché senza specificare di quanto. Ma Barack Obama, seppur proclamandosi paladino del climate change, non è andato al di là delle dichiarazioni di principio. Scusi, ma non è che gli Stati Uniti hanno preso il posto della Cina, nel recitare la parte del bad guy, del cattivo?
«Spero di no, ma è possibile che succeda», risponde al telefono da Arlington, in Virginia, Eileen Claussen, la presidente del Pew Climate Center on Global Climate Change, un'istituzione da lei stessa fondata undici anni fa e che riunisce scienziati, imprenditori e politici che hanno a cuore il tema più caldo della nostra epoca. «La posizione della Cina è un notevole passo avanti – ammette – non foss'altro perché il paese che è diventato il primo produttore di anidride carbonica, ha finalmente deciso di essere parte della soluzione, non solo del problema. Neanche Obama ha offerto cifre precise ma, francamente, non vedo come avrebbe potuto farlo».
Anche un presidente ha l'obbligo di essere diplomatico. E il Climate Change Bill, la legge americana sul controllo delle emissioni, approvata a malapena alla Camera e oggi alle forche caudine del Senato, non consente scivoloni sulle parole e sui termini.
«Per passare al Senato – spiega la signora Claussen, già viceministro per l'ambiente ai tempi di Clinton – le legge ha bisogno di 60 voti. Ci sono sei o sette senatori democratici che sono pronti a votare contro, e nessun repubblicano pronto a rimpiazzarli. E intanto l'American Petroleum Institute manda a dire che, con quella legge, nel 2030 la benzina supererà i 4 dollari al gallone», più o meno l'attuale prezzo della benzina in Europa. «Di fronte a queste cifre, l'americano medio si spaventa». Il guaio però, è che senza un'impegno di Washington nero su bianco, le trattative al vertice di Copenhagen, a dicembre, rischiano di naufragare.
Il Protocollo di Kyoto, firmato da Al Gore e mai ratificato dal Senato, è un doloroso precedente. Non è d'accordo? «Beh, sì, è vero. Ma infatti non credo si possa immaginare che il vertice danese si concluda con la firma di un trattato. Se tutto andrà bene, credo che si possa disegnare la struttura di un accordo, che sarà poi riempita di contenuti negli anni a venire».
Il che non dimostra forse che l'America è il bad guy del cambiamento climatico? Eileen Claussen, diplomaticamente, se la ride. «Questo lo dice lei. Io spero ancora di no».
Sarà perché è democratica, sarà perché ha passato otto anni a criticare l'amministrazione Bush, fatto sta che Eileen Claussen è dalla parte di Obama. «Dopo quel che è successo con la riforma sanitaria – sentenzia – il presidente non poteva che enunciare i princìpi generali e poi lasciare la decisione al Congresso».
«Finora, i colloqui internazionali non hanno fatto grandi progressi, è vero. La bozza di accordo che circola da mesi è un documento infinito, letteralmente disseminato di parentesi vuote da riempire con numeri che nessuno vuole pronunciare. Forse, anche se l'America avesse già una legge, non sarebbe granché diverso. C'è un sacco di strada da fare».
«Sa – aggiunge la presidente del Pew Center – quando ero nella delegazione americana per il Protocollo di Montreal (quello che ha messo al bando i gas industriali che causano il buco nella fascia di ozono, ndr) credevo che arrivare alla firma di quel trattato sarebbe stato difficilissimo. Al confronto con Copenhagen, Montreal era un gioco da ragazzi».
Stavolta, mentre il mondo scientifico continua ad alzare il livello dell'allarme – ieri il presidente dell'Ipcc, Rajendra Pachauri, ha paventato lo scioglimento della Groenlandia dopo metà secolo – succede poco o niente. «Non è vero, qualcosa succede», ribatte la Claussen. «Il nuovo governo giapponese ha promesso tagli coraggiosi, il 25% di emissioni in meno entro il 2020. La Cina ha assicurato ieri di voler abbassare "sensibilmente" il rapporto fra emissioni e prodotto interno lordo. Sono passi in avanti. Ma, siccome in ultima analisi si tratta di soldi e di economia, la salita è ripida. Tanto più in tempi di recessione».
Eileen Claussen è anche una consulente «a titolo gratuito» di grandi imprese come la General Electric, che con l'iniziativa Ecoimagination ha dimostrato che si possono ridurre le emissioni, risparmiare sui costi e trovare nuove fonti di reddito e di ricavo. Non è un esempio che sta facendo scuola?
«No, lei ha citato un'impresa progressista che, insieme ad altre quindici, partecipa alla Us Climate Partnership. Ma le lobby del petrolio, o dell'industria pesante, remano dalla parte opposta. Hanno denaro da spendere e cercano di convincere sia l'opinione pubblica, sia i legislatori, che il cambiamento climatico è una bufala. Soprattutto, non sentono l'impellente bisogno di dire la verità. Come risultato, a Washington, ci sono senatori che assicurano che l'energia pulita porterà occupazione e un nuovo slancio per l'economia. E senatori pronti a scommettere che distruggerà l'economia americana».
La signora Claussen, che fra l'altro è membro del Council on Foreign Relations, consulente del programma ambientale di Harvard e anche della Commissione di controllo sui mercati future (meglio nota come Cftc), cerca di concludere con una nota positiva. «Ce la faremo, anche l'America ce la farà», scommette. «Però un rapido dietro-front dopo otto anni di amministrazione Bush, durante i quali non è stato fatto niente, non era facile. Obama è presidente da otto mesi e non possiamo chiedergli miracoli: il cambiamento climatico, la pace in Afghanistan, la riforma di Wall Street. Però la strada è segnata e, anche gli Stati Uniti, faranno la loro parte, verso la "decarbonizzazione" dell'economia mondiale».
Il che, sarà certamente vero. Anche se, nel frattempo, hanno strappato all'autarchica Cina il ruolo, molto hollywoodiano, del bad guy.
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23/09/2009