« Inesorabile la marcia di Pechino»

HONG KONG. Dal nostro inviato
Come dicono a Washington, Barack Obama e Hu Jintao dovranno cercare di «rimettere il dentifricio dentro il tubetto». Sono stati contati 101 punti di disaccordo fra Stati Uniti e Cina: su come fare affari, sull'economia, sulle questioni finanziarie e monetarie, sul dialogo strategico militare, sui pattugliamenti navali nel mare meridionale cinese, Taiwan e la Corea del Nord. Anche sulla democrazia, ma praticamente non ne parla nessuno.
«Democrazia? Qui democrazia è cercare di rendere gli affari sempre più trasparenti e offrire alla gente la possibilità di migliorare la condizione economica», risponde l'alto funzionario di una delle tante "regulatory commission" della Cina, venuto nell'ex colonia inglese per partecipare al Forum asiatico organizzato dall'Hong Kong Trade Development Council.
La democrazia non era all'ordine del giorno in nessuna delle due giornate di lavori. Tuttavia anche se non fosse stato un forum esclusivamente finanziario, nessuno avrebbe parlato di democrazia. Ma tutti sarebbero stati convinti di averlo fatto perché quaggiù libertà resta quello che d'improvviso Deng disse circa 40 anni fa, dando un senso preciso alle sue riforme: «Arricchirsi è glorioso». Se la finanza è un modo piuttosto rapido e ormai popolare di arricchirsi, finanza è dunque democrazia.
Con molti alti e qualche basso, la Cina si è arricchita e ha quasi risolto uno dei fondamenti della democrazia: il diritto dei suoi cittadini di non soffrire più di fame. E diversamente dagli altri regimi illiberali e senza benessere, non cambia partito ma almeno leadership ogni generazione: più o meno ogni decennio. «Il nuovo cambio al comando non è imminente, avverrà nel 2012. Ma non ci saranno molti mutamenti di linea né di programma», spiega Jing Ulrich, direttore e presidente di China Equity and Commodities di J. P. Morgan. «Manterranno alto il livello di crescita del Prodotto interno lordo. Per un quinquennio continueranno a puntare a una crescita quantitativa. Negli anni successivi andranno verso una crescita qualitativa. La Cina ha bisogno di aumentare la sua produzione agricola e di affrontare la questione ambientale. Ci aspettiamo più investimenti in questa direzione, per lo sviluppo di energia pulita ed efficienza energetica anche se per un altro decennio il carbone continuerà a restare la prima fonte: l'anno scorso ne ha importati 100 milioni di tonnellate e quest'anno saranno di più. Il nuovo gruppo dirigente continuerà la campagna Go West», lo sviluppo economico e sociale delle regioni interne occidentali «che i leader uscenti avevano iniziato 10 anni fa. È già stato un grande successo».
Il punto di Jing Ulrich, donna piuttosto decisa, non è la democrazia. È la capacità della leadership cinese di raggiungere quello che promette, quale sia la sua ideologia politica. Jing viene da Harvard e Stanford da dove ormai gli studenti cinesi che si laureano tornano a casa a trovare un lavoro sicuro, non restano in America a cercarne faticosamente uno. A seconda di quello che Jing dice, si muovono o si fermano investimenti per miliardi di dollari e di renminbi: quando investono all'estero anche molte istituzioni della Cina comunista si affidano alla sua consulenza. Comunista è un aggettivo desueto ma formalmente questo è ancora ciò che definisce il partito unico di governo.
Girando fra i 1.600 delegati del forum di Hong Kong per chiedere del vertice Usa-Cina di Washington, quello che interessa di più non è il confronto fra una democrazia e un'altra cosa ma «l'ignoranza di molti americani», convinti che la Cina abbia in mano il loro deficit e lo manovrino, quando ne possiede solo il 7,5 per cento. Come spiega Tom Holland sul "South China Morning Post", un tempo il giornale in lingua inglese più venduto in Asia, risolvere lo scontro di civiltà fra America e Cina (non sulla democrazia ma fra la vocazione a indebitarsi della prima e al risparmio della seconda) è facile: «Per ridurre il deficit gli americani devono risparmiare di più, il che significa spendere di meno in consumi. E la Cina deve risparmiare di meno, cioè spendere di più».
«I consumi in Cina rappresentano il 34% del Pil, un livello incredibilmente basso. Non dico che debbano emulare gli americani e gli inglesi. Ma almeno arrivare al 40/50», suggerisce cautamente Robert Mundell, autore del primo piano per la creazione dell'euro e Nobel per l'economia nel 1999.
Jing Ulrich, che secondo "Fortune" da due anni è una delle prime 50 donne d'affari più potenti, guarda invece l'operosa formica cinese dal punto di vista di chi sistema assets, pensioni e fondi sovrani: «Nel 2011 Corporate China farà sempre più profitti. Poiché c'è una vocazione al risparmio e la gente non può investire all'estero, il denaro dovrà andare da qualche parte: immobiliare e banche ma soprattutto la Borsa che crescerà ancora. Quanto all'inflazione, nella prima metà di quest'anno sarà più alta, fra il 4 e il 5,5%. Ma nella seconda scenderà al 3 e mezzo, 4%», conclude Jing snocciolando con grande autorevolezza numeri e statistiche: la ricchezza e la povertà dei popoli.
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CHI È

In carriera
Jing Ulrich è direttore e presidente di China Equity and Commodities di JPMorgan. Nel 2009 e nel 2010 il magazine Fortune l'ha inserita nella lista delle 50 donne d'affari più potenti del mondo. Ulrich ha studiato alle università di Harvard e Stanford agli inizi degli anni 90, per poi cominciare la carriera, culminata prima in Deutsche Bank e poi alla JPMorgan.

Voci dal forum
Al Forum finanziario organizzato a Hong Kong dal Trade Development Council hanno partecipato 1.600 delegati. La Ulrich prevede che «nel 2011 Corporate China farà sempre più profitti», con una forte crescita degli scambi in Borsa. Il giorno precedente il chief executive dell'ex colonia inglese, Donald Tsang, ha parafrasato l'Arte della guerra di Sun Tzu, applicandola alla finanza: «In battaglia quando le condizioni sono favorevoli, attacca. È davvero importante cogliere le opportunità quando si presentano. E una volta colte, le opportunità spesso si moltiplicano».

19/01/2011