« In Usa pericolo protezionismo»

Alessandro Merli
«Di per sé, la diatriba fra Stati Uniti e Cina sui pneumatici, non è un problema grave, ma un avvertimento. Un segnale di un clima che potrebbe peggiorare se continuerà il ricorso al protezionismo».
Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia, è uno degli economisti che possono rivendicare a buon diritto di aver visto arrivare la crisi: «Da anni ero preoccupato dalla combinazione fatale fra le bolle e gli squilibri globali, una ricetta per il disastro», ricorda. I suoi scritti, oggi raccolti in "The Next Asia", di prossima uscita da John Wiley & Sons, lo testimoniano.
Ora pensa sia il momento di suonare l'allarme sui pericoli del protezionismo. Cosa che, da studioso dei rapporti Usa-Cina, fa da anni. «Mi sembrava di gridare "al lupo"», confessa nel libro. Adesso però c'è una grossa differenza. «Quando mi preoccupavo per i 45 progetti di legge anti-Cina presentati in Congresso fra il 2005 e il 2007, nessuno dei quali è passato - spiega al Sole 24 Ore - eravamo in tempi di bassa disoccupazione. Oggi, negli Usa la disoccupazione è al 9,7% e in crescita. Questo eserciterà una pressione fortissima sui leader politici. E ancora di più fra 9 mesi, quando ci si avvierà alle elezioni di mid-term e la disoccupazione non sarà ancora calata».
Per ora, osserva l'economista, la Cina ha risposto in modo misurato, seguendo i canali della Wto, anche perché l'export di pneumatici è una piccola porzione delle loro vendite sul mercato americano, «ma se gli Stati Uniti dovessero continuare con misure protezioniste, il rischio di un'escalation è forte. Non dimentichiamo che la Cina è il più grosso creditore degli Stati Uniti». Sulla possibilità che il vertice del G-20 a Pittsburgh la prossima settimana possa allentare le tensioni commerciali è scettico. «I leader - dice - sono bravi nelle dichiarazioni di appoggio ai mercati aperti, poi tornano a casa e adottano misure protezioniste». Contraddizione confermata dal rapporto appena pubblicato dalla Wto sulle misure di restrizione degli scambi messe in atto dai venti, nonostante il reiterato impegno formale a evitarle. «La retorica dei politici - afferma Roach - è favorevole alla globalizzazione, ma la loro vera tendenza in tempi di crisi è favorevole alla localizzazione».
Roach va controcorrente anche sulla posizione del governo americano, e di molti suoi connazionali, secondo cui una rivalutazione del cambio della Cina contribuirebbe a risolvere lo squilibrio della bilancia commerciale fra Washington e Pechino. «Quello del cambio - sostiene - è un falso problema. Gli squilibri sono dovuti alla necessità americana di attrarre capitali, a causa dell'insufficienza dei propri risparmi e della tendenza a consumare oltre i propri mezzi. Era un problema del settore privato, ora lo è anche del settore pubblico, il cui deficit è destinato a gonfiarsi a dismisura».
Cina e Stati Uniti, secondo il presidente di Morgan Stanley Asia, si sono mossi nella direzione sbagliata anche nelle politiche di stimolo all'economia per uscire dalla crisi. «È vero - afferma - che sono stati i due paesi più aggressivi, ma hanno aiutato proprio quei settori che più contribuiscono agli squilibri: gli Stati Uniti hanno spinto i consumi e la Cina gli investimenti e l'export». Roach è da tempo un sostenitore della tesi secondo cui la Cina troverà uno sviluppo equilibrato e sostenibile solo spingendo la domanda interna.
Per non smentire la sua fama di Cassandra, esprime seri dubbi sulla posizione del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è alla fine. «Sarei cauto - dice - a fare una previsione del genere. Speriamo che il peggio, nell'economia e sui mercati, sia passato, ma il rischio di una ricaduta esiste. Anche perché le politiche adottate per uscire dalla crisi possono creare i presupposti della prossima, gonfiando altre bolle, come accadde nel 2001-2002 dopo lo scoppio di quella di internet. Stiamo seguendo lo stesso copione. Purtroppo, il sistema politico chiede alla politica monetaria e fiscale soluzioni di breve periodo che possono rivelarsi controproducenti. Ci vorrebbe qualcuno in grado di prendere decisioni impopolari, che risolvano i problemi per il lungo periodo. Ma non lo vedo».
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17/09/2009