« In Cina ancora troppe Tienanmen»

Jamil Anderlini
Quando gli onnipresenti agenti della pubblica sicurezza cinese vogliono intimidire un dissidente o un attivista politico per la prima volta, di solito arrivano in piena notte a bussare alla porta del malcapitato per invitarlo a venirsi a bere «una tazza di tè». Di fronte a questo tè, servito in una località segreta, gli agenti spiegano al loro ospite che se continuerà a criticare pubblicamente il regime comunista le conseguenze probabili vanno dalla perdita del lavoro a una lunga pena detentiva, o addirittura alla "sparizione" per lui o per i suoi parenti e amici.
Sembra dunque più che appropriato che Bao Tong, il più alto funzionario del Partito comunista a finire in galera dopo le manifestazioni di piazza Tienanmen in favore della democrazia, nel 1989, mi abbia invitato a prendermi un tè nel suo appartamento a Pechino. Domani saranno passati 20 anni da quella sanguinosa repressione. Ora che si avvicina l'anniversario, Bao, 77 anni, è ancora agli arresti domiciliari: il suo appartamento è sorvegliato 24 ore su 24.
Mi accoglie alla porta con un sorrisetto: ha i capelli di un nero lucente e una corporatura snella e indossa una felpa dell'Università di Princeton. Si fa fatica a credere che abbia passato sei anni della sua vita a svolgere lavori manuali pesanti durante la Rivoluzione Culturale e poi, dal 1989, altri sette anni in isolamento nella famigerata prigione politica di Qincheng. Quando gli dico di quegli uomini di guardia all'ingresso, il suo volto si distorce in un ghigno malizioso. «Sto dando il mio contributo all'economia nazionale: stimolo la domanda interna, faccio crescere l'occupazione e aiuto a risolvere la crisi», dice. Parla mandarino con le consonanti morbide di quelli del Sud e la sicurezza tipica di un quadro di alto livello del partito. «Lei ha visto solo tre persone di sotto, ma se voglio uscire vengo seguito da tre gruppi, uno a piedi, uno in auto e uno in moto. Pensi, ci vogliono più di 30 persone per sorvegliare me: se il governo decidesse di tenere sotto controllo tutto il miliardo e trecento milioni di cinesi potremmo risolvere il problema della disoccupazione mondiale».
Bao Tong, classe 1932, nel 1949 entrò nel Partito comunista. Caduto in disgrazia durante la Rivoluzione Culturale, nel 1976 fu riabilitato e gli furono assegnati incarichi di primo piano. Negli anni 80 lavorò come braccio destro del primo ministro Zhao Ziyang, un riformatore liberale che contribuì a inaugurare un periodo di apertura politico-economica, e nel 1987 entrò nel Comitato centrale del Partito. Fu ministro delle riforme e segretario politico presso la commissione permanente del Politburo.
Una delle prime cose che noto nel suo appartamento, spartano e male illuminato, è una grande foto di Zhao sulla libreria. Solo due settimane prima a Hong Kong sono state pubblicate le memorie segrete di Zhao, un raro esempio di resoconto di prima mano dai massimi vertici della politica cinese. Durante l'ora che segue Bao mi fornisce il suo racconto particolareggiato della lotta di potere segreta e sempre più intensa che infuriò durante le sette settimane di manifestazioni a Tienanmen, conclusesi con i carri armati che sfilavano lungo il viale della Pace Eterna.
Comincia dandomi il suo verdetto: l'uomo che porta la sola e completa responsabilità per aver ordinato all'Esercito di rivolgere le armi contro il popolo è Deng Xiaoping, il grande vecchio del Partito comunista che controllò la leadership da dietro le quinte fino alla sua morte, nel 1997. La maggior parte degli storici considera Deng il padre della Cina moderna, l'architetto delle riforme economiche e dell'apertura al mondo esterno. Ma nel 1989 il suo unico titolo ufficiale era quello di presidente della Commissione militare centrale. «La maggior parte degli studenti non puntava a far cadere Deng Xiaoping, speravano che sarebbe stato lui a portare avanti le riforme», dice Bao. «Il problema è che Deng si sentì minacciato e fece intervenire le truppe». Zhao era convinto di poter evitare un massacro facendo appello alla calma, spiegando alle masse perché il potere era nelle mani di Deng, nonostante non ricoprisse nessuna carica nel governo o nel partito.
Bao fu implicato - e poi punito - per la sua alleanza con Zhao, caduto in disgrazia. Gli chiedo se rimpiange di non aver tentato di organizzare davvero un colpo di stato insieme a Zhao, in quel momento. «Qualcuno ha detto che Zhao Ziyang avrebbe potuto copiare Eltsin e salire su un carro armato», dice Bao, «ma era impossibile: nessun soldato avrebbe dato retta a Zhao, non sapevano niente di lui. I soldati ascoltavano i loro ufficiali, gli ufficiali ascoltavano i generali e i generali ascoltavano Deng Xiaoping». Come nella famosa frase di Mao Zedong, il potere nasce dalla canna del fucile. Bao descrive poi la notte della repressione. «I carri armati rombavano e in casa della gente volavano le pallottole».
Il 28 maggio 1989 Bao fu arrestato e portato a Qincheng, la principale prigione politica cinese fin dagli anni 50. Qui diventò il numero 8901, il primo prigioniero a entrare a Qincheng nell'anno 1989, e venne messo in una cella di cemento di 6 metri per 6: per letto aveva solo una tavola di legno rigida sistemata su due cavalletti. «Mi sono steso sulla tavola e mi sono messo a dormire. La gente mi chiede perché non ero terrorizzato. Prima di quel momento non sapevo quando sarebbero venuti a prendermi, ma a quel punto non dovevo più preoccuparmi». La sua cella non aveva porta, ma una guardia seduta a un tavolo appoggiato di traverso alla porta, e dietro di lui due soldati sull'attenti. Il compito della guardia seduta era registrare ogni azione del detenuto su un taccuino, per 24 ore al giorno, ogni minuto, per sette anni. Bao ride per la ripetitività frustrante del compito assegnato ai suoi carcerieri. «Ore 20: detenuto 8901 dorme; ore 20.01, detenuto 8901 dorme; ore 20.02: detenuto 8901 dorme».
Alla fine, nel 1996, Bao fu messo agli arresti domiciliari. Stringe leggermente la mascella quando descrive le traversie che hanno dovuto affrontare i suoi familiari. Suo figlio Bao Pu, 42 anni, che ha studiato a Princeton, è un cittadino americano ed è stato lui a pubblicare le memorie di Zhao a Hong Kong. Gli viene negato il permesso di entrare in Cina per far visita ai genitori. Ma è la moglie quella che ha sofferto di più. Bao mi parla del giorno in cui è morto Zhao, nel 2005. Lui e sua moglie volevano andare a rendere omaggio al defunto, ma sono stati bloccati dalle persone di guardia alla porta dell'ascensore. «Ho spiegato loro che era illegale impedirmi di andare». Quelli, per tutta risposta, hanno spinto per terra la sua anziana moglie, provocandole la frattura dell'anca e costringendola a due mesi di ospedale. «Il Partito comunista cinese è come la mafia», dice Bao. «Se il boss pensa che tu possa tradirlo, ti uccide o ti getta in prigione ».
Pur con tutto quello che lui e la sua famiglia hanno subito, Bao si considera fortunato rispetto a chi è ancora in prigione per presunti crimini legati alle manifestazioni del 1989, o rispetto a chi è morto nella repressione o nella brutale caccia alle streghe che seguì. «Dovrei considerarmi felice ed esprimere la mia riconoscenza con il popolare slogan: "La mia eterna gratitudine al Partito comunista e al presidente Mao!"». È questo umorismo ironico che appare la vera minaccia all'attuale leadership della Cina, ancora oggi. Bao sbeffeggia i loro slogan e denigra i loro semidei, ma, dopo tutto, è uno di loro. Hanno paura che se lo lasciano esprimere liberamente l'intero edificio autoritario possa cominciare a sgretolarsi.
«La Cina ha quasi cancellato il ricordo di Tienanmen vietando di parlare di quello che è successo. Ma ogni giorno ci sono delle Tienanmen in miniatura, in contee e villaggi dove la gente cerca di esprimere il proprio malcontento e il governo manda 500 poliziotti per ridurla al silenzio. Queste sono la democrazia e la legge in salsa cinese». «La prima frase dell'inno nazionale recita: "Solleviamoci, noi che non vogliamo essere schiavi". Io sono convinto che prima o poi in Cina ci sarà una vera democrazia, se ci saranno persone che vogliono essere trattate in modo equo e vogliono veder rispettati i propri diritti».
© FINANCIAL TIMES
(Traduzione di Fabio Galimberti)

SORVEGLIATO SPECIALE

Ascesa e caduta di Bao Tong
Bao Tong è nato nel 1932 a Shanghai. Al liceo conobbe la futura moglie Jiang Zongcao, attiva militante del movimento comunista clandestino, che lo convinse a entrare nel partito nel 1949. Scalò rapidamente i vertici della burocrazia comunista, ma cadde in disgrazia nel 1969, durante la Rivoluzione culturale, che gli costò sette anni di lavori forzati in Manciuria. Riabilitato nel 1976, divenne braccio destro del primo ministro Zhao Ziyang: dal 1987 fu membro del Comitato centrale del Partito comunista, ministro delle Riforme, segretario del politico della commissione permanente del Politburo, il gruppo di cinque persone che allora dirigeva il paese. Cadde di nuovo in disgrazia nel 1989, insieme a Zhao, contrario all'intervento a Tienanmen. Bao fu prima costretto a dimettersi dal Politburo, poi - il 28 maggio - fu arrestato. D'allora ha passato sette anni nel carcere politico di Qincheng; dal 1996 è agli arresti domiciliari, controllato 24 ore su 24
La protesta del 1989
La protesta prese le mosse a Pechino ad aprile, dopo la morte del leader riformista Hu Yaobang, ma si estese presto ad altre città e province. I dimostranti chiedevano al governo di mettere fine alla corruzione e concedere riforme e diritti democratici. Il 13 maggio gli studenti si radunarono in piazza Tienanmen e iniziarono uno sciopero della fame; il 20 maggio fu dichiarata la legge marziale. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno i carri armati dell'esercito entrarono nella piazza, uccidendo centinaia di manifestanti (le stime vanno da un minimo di 400-800 persone a un massimo di settemila), migliaia furono arrestati in tutto il paese nei giorni successivi

02/06/2009