« Il grande successo del made in China durerà a lungo»

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Gli scioperi e le proteste operaie in Cina rappresentano il punto d'arrivo della rivoluzione industriale cinese iniziata trent'anni fa nel sud del paese. In futuro, nelle zone ad alta densità manifatturiera come il Delta del Fiume delle Perle, i salari lieviteranno ancora per effetto della scarsità della forza lavoro. Ma per le aziende che producono beni ad alto valore aggiunto, e che riusciranno a incrementare la loro penetrazione sul mercato domestico, la Cina è e resterà ancora per anni una formidabile piattaforma produttiva.
Harley Seyedin, presidente della Camera di commercio americana della Cina del Sud, non ha dubbi: le rivolte operaie che nelle ultime settimane hanno paralizzato gli stabilimenti della Honda nel Guangdong non segneranno la fine del successo delle produzioni made in China.
Dottor Seyedin, perché il malcontento nelle fabbriche cinesi è scoppiato all'improvviso proprio ora?
Per comprendere quanto accade è bene tornare al 2008, quando il governo cinese varò la riforma del mercato del lavoro. Da allora, le regole del gioco sono cambiate drasticamente. Sono aumentati i salari, come i contributi sociali, sono aumentate le regole che disciplinano gli straordinari e il tempo libero dei lavoratori. Ma la novità dirompente della riforma, che spiega il fermento operaio di oggi, fu l'introduzione dei sindacati aziendali. Da quel momento i lavoratori hanno capito che erano autorizzati a chiedere di più. È un fenomeno del tutto fisiologico nel processo di sviluppo di un paese, una forma di civilizzazione del mercato del lavoro. In fondo, da noi in Occidente è accaduta la stessa cosa.
Non crede però che, avanti di questo passo, le aziende straniere che operano con margini di profitto ridottissimi si ritroveranno in grosse difficoltà?
Certo. Ed è questa la ragione per cui dopo l'introduzione della nuova legge sul lavoro migliaia di aziende nel Delta del Fiume delle Perle sono finite in bancarotta. Ma, mi creda, tra queste non figura nemmeno una sola società Usa.
Come se lo spiega?
Chi, come per esempio i taiwanesi, pensava di poter produrre in Cina sfruttando all'infinito il basso costo della manodopera locale è stato costretto a chiudere bottega. Ma le aziende che negli anni hanno saputo adeguare i loro standard e che hanno trattato le maestranze nel modo giusto non hanno sofferto la riforma del lavoro perché sostanzialmente erano già a posto con le nuove normative.
Il presente però ci mostra gli operai cinesi che scioperano e chiedono aumenti salariali vertiginosi. Dopo Honda e Foxconn quest'ondata di rivendicazioni non finirà per investire anche altre società straniere che producono nel Guangdong e nelle altre piattaforme manifatturiere cinesi?
Ripeto, chi finora si è comportato bene con i lavoratori non avrà particolari problemi. Certo, vista anche la crescente scarsità di forza lavoro, specie qualificata, in futuro le aziende estere dovranno far fronte a incrementi salariali anche cospicui. Ma tutto ciò si risolverà in una civile negoziazione tra i sindacati ufficiali e il management aziendale, senza particolari tensioni sociali.
Ma questi incrementi non rischiano di abbattere la competitività del made in China al punto da costringere le aziende straniere ad andare a produrre altrove?
Chi oggi usa ancora la Cina come base di trasformazione labour intensive per produrre beni a basso valore aggiunto da esportare nel mondo deve prepararsi a fare le valige e a emigrare altrove. D'altronde, sono le stesse autorità cinesi che una volta facevano ponti d'oro a tutti purché venissero a produrre qui, a non volere più sul loro territorio insediamenti produttivi che sporcano, inquinano, non generano più ricchezza a livello locale. Ma per le aziende che operano nella parte alta della catena del valore, capaci di compensare la lievitazione del costo del lavoro con l'automazione, l'utilizzo di forza lavoro specializzata e con aumenti di produttività, il bello viene ora. Oggi, infatti, c'è qualcosa che dieci anni fa non c'era: un mercato interno che cresce a tassi formidabili. Per chi riuscirà a vendere i propri prodotti su questo mercato, la Cina resterà ancora a lungo una straordinaria base produttiva.
ganawar@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

15/06/2010