« Il Go global cinese va avanti»

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina cercherà di approfittare della grande crisi globale per fare shopping in giro per il mondo. Ma con cautela, perché comprare aziende straniere è facile, ma gestirle è molto più difficile. Parola di esperto.
Cinquant'anni, fondatore di M&A Management Holding, una delle principali società cinesi di fusioni e acquisizioni, presidente della China Mergers and Acquisitions Association, un Phd conseguito alla Fordham University di New York, una lunga esperienza nel corporate finance, Wei Wang è convinto che l'offensiva cinese sui mercati stranieri sia solo all'inizio. Ma il neo-protezionismo dei Paesi occidentali creerà molti ostacoli alla campagna acquisti lanciata da Pechino.
Negli ultimi giorni, la Cina ha offerto 20 miliardi di dollari per rilevare due società minerarie australiane, e ha fatto incetta di pozzi petroliferi in Sudamerica. È un ritorno della politica del "Go global" lanciata qualche anno fa dal Governo cinese?
Nessun ritorno. L'acquisto di aziende all'estero è una scelta strategica adottata tempo fa dalle grandi società di Stato cinesi con l'esplicito avallo politico e finanziario del Governo. Su di essa non c'è mai stato alcun ripensamento.
Perché, nonostante la recessione e la caduta dei consumi mondiali, la Cina continua ad avere tanto appetito per le materie prime?
È un fenomeno strutturale. Grazie alla globalizzazione, la Cina è diventata il principale polo manifatturiero del pianeta. In quanto tale, ha bisogno di una quantità crescente di materie prime per produrre ciò che le viene richiesto dalla domanda mondiale. Quindi, il fatto che la Cina acquisti due società minerarie australiane rientra in un'efficiente allocazione delle risorse a livello globale. In fondo, una trentina d'anni fa, le multinazionali giapponesi fecero lo stesso.
I prezzi depressi degli asset internazionali favoriranno questo processo?
Sì, ma fino a un certo punto. Sebbene oggi i grandi gruppi cinesi potrebbero comprare sui mercati esteri con un forte sconto rispetto al recente passato, bisogna tenere presenti tre fattori che potrebbero frenare la loro proiezione internazionale. Il primo è che, in molti casi, le società cinesi destinate a diventare protagoniste della politica del "Go global" hanno già problemi a gestire bene se stesse a livello di marketing, finanza e distribuzione. Il secondo è che queste stesse società devono ancora finire di integrare il loro business sul mercato cinese. Il terzo è che, proprio perché i prezzi hanno raggiunto livelli molto bassi, gli stranieri saranno riluttanti a vendere.
I numerosi insuccessi registrati finora dalle società cinesi nelle loro acquisizioni straniere, a partire da Lenovo-Ibm, non potrebbero frenare un po' gli entusiasmi?
No, perché questo è il prezzo che tutte le aziende giovani e ambiziose, come appunto quelle cinesi di oggi, devono pagare nel loro processo d'internazionalizzazione. Credo che, nonostante gli insuccessi, la voglia delle nostre aziende di svilupparsi oltre i confini nazionali resti immutata. Inoltre, bisogna tener presente che la politica del "Go global" coinvolge soprattutto le grandi società di Stato, e le grandi società di Stato ripetono spesso gli stessi errori giacché non sono orientate al profitto.
E le aziende private?
Molte di loro vorrebbero globalizzare il proprio business realizzando acquisizioni estere. Ma siccome, a differenza dei gruppi di Stato, non possono contare sui capitali pubblici e devono badare alla solidità dei propri bilanci, in questa fase di crisi devono pensare soprattutto a sopravvivere. Chi ce la farà, rispolvererà i propri piani di espansione in tempi migliori.
Nel risiko del Merger & Acquisition planetario, dunque, restano solo i colossi di Stato. Come si muoveranno?
Una delle conseguenze della crisi finanziaria globale è che oggi la Cina è più capitalista dei vecchi capitalisti. Insomma, ha in tasca molti più soldi delle sue controparti occidentali.
A mio parere, questa posizione di forza andrebbe sfruttata per rilevare partecipazioni di maggioranza nelle società straniere più piccole, e per incrementare le quote di minoranza nelle grandi aziende estere già partecipate con l'obiettivo di contare di più nella loro gestione.
Giusto pochi giorni fa, Pechino ha ribadito che l'espansione internazionale deve essere una priorità strategica delle aziende cinesi. Cosa farà il Governo per sostenere questa politica?
Innanzitutto, fornirà un generoso sostegno finanziario alle società di Stato che intendono aggredire i mercati esteri. E poi si farà carico di gestire politicamente le acquisizioni oltremare, dando le massime garanzie ai Governi coinvolti nelle operazioni. In questo logica, per evitare che la campagna acquisti cinese venga accolta con ostilità all'estero, penso che d'ora in avanti il nostro Governo cercherà di non ostacolare le acquisizioni straniere in Cina. A questo riguardo, l'operazione Coca Cola-Huiyuan Juice, sulla quale la Commissione Antimonopolio cinese dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane, rappresenterà un interessante banco di prova.
Non crede che, con l'aria di neo-protezionismo che tira nel mondo, qualsiasi gesto di buona volontà cinese finirebbe comunque per scontrarsi con il supremo "interesse nazionale" di questo e di quel Paese?
Probabilmente sì. Ma con modalità diverse rispetto al passato. Proprio perché c'è la crisi, infatti, oggi i politici dei grandi Paesi del mondo non possono permettersi di alimentare sfiducia sulla globalizzazione. Per questa ragione, le tensioni protezionistiche anti-cinesi non si trasformeranno in scontri frontali, ma nella costruzione caso per caso di barriere di carattere tecnico.
Lo vedremo presto. Entro fine mese, si saprà come andrà a finire la partita di International Lease Finance. Secondo lei, China Investment Corporation ce la farà ad acquistare la divisione leasing aeronautico dell'Aig?
Sarei felice, ma non credo proprio. Si tratta di un'operazione troppo importante, una di quelle su cui scatta automaticamente la clausola del supremo "interesse nazionale". Penso che l'Amministrazione Obama non abbia alcuna voglia di finire subito sotto accusa per aver venduto al fondo sovrano cinese un pezzettino dell'economia americana.
ganawar@gmail.com


STRATEGA DI MATRIMONI MISTI
Il presidente con il Phd americano Wei Wang, 50 anni, è il presidente della China Mergers and Acquisitions Association, nata nel 2004 per promuovere la globalizzazione delle aziende cinesi sotto l'egida della Federazione dell'Industria e del Commercio. Esperto nel campo delle fusioni e acquisizioni, Wang ha fondato la M&A Management Holding, una delle principali società cinesi nel settore. Un Phd conseguito alla Fordham University di New York, ha una lunga esperienza nel campo delle istituzioni finanziarie: dalla Construction Bank of China alla Bank of China, dalla Chemical Bank fino alla Banca mondiale. È consigliere economico per più di un ministero cinese e per diversi Governi provinciali.

24/02/2009