« Gli appalti cinesi escludono la Ue»

BRUXELLES. Dal nostro inviato
Nuovo allarme dell'industria europea contro il protezionismo occulto o conclamato della Cina. Questa volta nel mirino è la chiusura del mercato cinese degli appalti pubblici, per la verità un tasto dolente un po' dovunque, soprattutto di questi tempi.
Alla vigilia della partenza per Pechino di Catherine Ashton, attuale commissario Ue al Commercio, Businesseurope, la voce dell'industria europea, ha fatto partire la sua denuncia chiedendo l'intervento di Bruxelles per porre fine a una nuova legislazione che consente alla pubblica amministrazione cinese di discriminare le imprese straniere nelle gare d'appalto.
«Nonostante la legislazione sul "Buy China" esistesse da tempo, il Governo cinese ha recentemente annunciato nuove regole di attuazione che discriminano le società europee sul mercato degli acquisti pubblici» si legge nella lettera inviata alla Ashton. Dove si specifica che «i nuovi provvedimenti obbligano le autorità cinesi a tutti i livelli a dare la preferenza nei loro acquisti ai prodotti di fabbricazione locale, con sole poche eccezioni».
Secondo le nuove disposizioni, continua il testo, «soltanto le società cinesi locali o le joint venture con partecipazione cinese superiore al 50% del capitale potranno essere eligibili, di fatto escludendo così qualunque impresa straniera che voglia presentare offerte nelle gare d'appalto, non importa se operi o no sul mercato cinese».
La richiesta alla Ashton è quella di intervenire per dare «certezze legali» a chi voglia competere sul mercato cinese. Più facile da dire che da fare, naturalmente. E non da oggi. Però la crisi economico-finanziaria, le prospettive di una ripresa che sarà lenta e carica di disoccupazione rendono l'industria europea più agguerrita del solito.
Il mercato cinese è infatti uno dei pochi che promette ancora alti tassi di crescita. La stessa Cina, che è membro del Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, alle riunioni del G-20 non manca di fare dichiarazioni contro il protezionismo invocando un'economia mondiale aperta come la chiave per rilanciare lo sviluppo. Dunque non solo parole ma anche fatti: la Ashton a Pechino avrà del filo da torcere.
A. Cer.
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08/09/2009