« Fermiamo l'esodo dei nostri giovani»

di Franco Locatelli
«Non possiamo rassegnarci all'esodo di massa della parte migliore della gioventù italiana». Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia e manager di cultura internazionale, è appena tornato da una fitta serie di incontri in Asia ed è rimasto impressionato da due novità. La prima è il salto di qualità della strategia della Cina di fronte alla crisi mondiale ma la seconda è la crescente quantità di giovani italiani emigrati in molti Paesi asiatici per trovare lavoro o avviare nuove iniziative imprenditoriali. Racconta in un pausa del workshop Ambrosetti in corso a Villa d'Este di Cernobbio e dopo una colazione di lavoro con il presidente delle Generali, Antoine Bernheim: «In questi tempi si parla tanto dei problemi dell'immigrazione ed è giusto farlo ma, senza che ce ne accorgiamo, sta assumendo proporzioni preoccupanti l'emigrazione dei nostri giovani più qualificati non solo verso Londra, New York o la Spagna ma perfino verso Shangai e Hong Kong». Bernabè argomenta così i suoi timori: «È difficile comprendere perchè, dopo aver investito tanto per la formazione più avanzata dei suoi giovani, lo Stato italiano si lasci sfuggire un capitale umano di prim'ordine e regali ad altri personale di alta qualificazione di cui avremmo un enorme bisogno e che dovrebbe costituire il nucleo portante della nostra futura classe dirigente. A me sembra che l'emigrazione dei nostri giovani migliori sia un delitto contro il futuro dell'Italia e un delitto che andrebbe contrastato con determinazione». Per invertire la tendenza alla fuga delle nostre risorse qualificate, secondo l'ad di Telecom Italia, non ci sono scorciatoie ma solo una via maestra: valorizzare il lavoro, specialmente se qualificato. Ma come? «Compatibilmente con le ristrettezze del bilancio pubblico, penso che le priorità - dice Bernabè - siano principalmente due: ridurre le tasse sul lavoro e rendere più flessibili i rapporti di lavoro». Misure da adottare al più presto ma che vanno molto oltre la congiuntura e puntano a trasformare la crisi in un'occasione di cambiamento di alto profilo e di grande respiro.
«Gli altri Paesi non ci aspettano e il cambio di strategia di crescita messo in atto dalla Cina ci offre sicuramente nuove opportunità, ma deve anche farci riflettere sull'urgenza di aggredire i nostri problemi e di offrire risposte all'altezza della situazione. I cinesi - aggiunge - punteranno certamente su una maggior crescita interna rispetto ad un rallentamento delle loro esportazioni che deriva da una minor propensione al consumo delle famiglie americane, ma l'elemento di maggior novità di Pechino è un altro ed è la volontà di usare i saldi attivi nei conti con l'estero in investimenti internazionali delle imprese cinesi. Le banche del Dragone sono sempre più spinte a finanziare grandi progetti all'estero delle imprese cinesi che riguardano un po' tutti i continenti e che interessano la realizzazione di impianti ed infrastrutture a cui saranno associati partner locali. Si profila un ciclo di investimenti cinesi all'estero di grandi dimensioni, che spazierà dal petrolio alle telecomunicazioni e dalle infrastrutture all'industria. I cinesi si muoveranno a tutto campo e andranno ovunque le loro società avranno autonoma capacità di espansione. Siamo di fronte a una novità di grande rilievo nella quale - osserva Bernabè - ci sarà spazio anche per le imprese italiane se sapranno conquistarselo. Quello che si può fin da ora dire è che in Cina la crescita sembra destinata a continuare a ritmi sostenuti e che Pechino si avvia a rappresentare uno dei grandi motori della ripresa internazionale che sarà trainata soprattutto dagli investimenti. Rispetto al passato la Cina avrà un ruolo più attivo sul mercato internazionale e nello scenario che si profila è molto probabile che la Francia, la Germania e l'Italia potranno, per la particolare specializzazione delle loro aziende, trovare nuove opportunità di business ma dovranno farsi trovare pronte all'appuntamento».
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06/09/2009