"EFFETTO HAZARE", L'INDIA E' STANCA DELLE 'BUSTARELLE'

Mumbai, 09 set. - In India lo chiamano ormai "Effetto Hazare". Il malcontento atavico della società indiana rispetto alla comunissima pratica della bakshish - letteralmente "offerta" ma ormai entrata nel linguaggio corrente come "bustarella, mazzetta" - ha trovato nell'ultrasettantenne attivista hindu il centro verso il quale convergere, chiamando a raccolta decine di migliaia di persone a sostegno dello sciopero della fame del vecchio Anna Hazare.

 

La protesta voleva costringere il governo di New Delhi a discutere e approvare una legge denominata Lokpal Bill proposta dalla società civile per contrastare la corruzione in India, misura legislativa parallela ad una legge simile proveniente invece "dal Palazzo", come diremmo in Italia, giudicata da Hazare e i suoi non abbastanza dura per fronteggiare un problema così diffuso e trasversale.

 

La mobilitazione popolare non è passata inosservata in Cina, dove i netizen si sono riconosciuti nelle istanze della società civile indiana sottolineando la grande anomalia della Repubblica popolare: stesso malcontento ma piazze vuote, troppo alto il timore di repressione violenta

 

L'inviato a Pechino del The Hindu, Ananth Krishnan, rende bene gli umori che corrono lungo i cavi della rete cinese: oltre al plauso collettivo dei microblogger l'inviato cita il magazine cinese Caijing che sul proprio account di microblogging ha descritto Hazare come "il nuovo Gandhi", espressione quantomai abusata e – secondo chi scrive – assolutamente non consona al personaggio, ma dalla grande carica emotiva. "Lasciate che nasca un Gandhi in Cina" avrebbe infatti commentato un blogger della Mongolia Interna.

 

La situazione non ha certo riempito di gioia il Partito. Krishnan racconta due episodi paragiornalistici che la dicono lunga sui metodi di convincimento utilizzati dalla stampa cinese.

 

Il primo: quando l'effetto Hazare inizia a propagarsi a macchia d'olio sulla stampa mondiale – tutto sommato a pochi mesi dalla Primavera Araba – e non può essere più ignorato dagli organi di stampa nazionali, si passa alla tattica del "sono stati gli americani". L'account di microblogging del People's Daily mette la pulce nell'orecchio, in 140 caratteri: "L'India inizia a domandarsi se dietro alle proteste non ci siano gli Stati Uniti".

 

Un commento assolutamente infondato, gettato all'opinione pubblica per poter sostenere più facilmente la vulgata ufficiale: le proteste sono eventi che minano la stabilità sociale e che puntano a far crollare la Cina a vantaggio dell'Occidente.

 

Secondo episodio: sul Global Times, sempre un quotidiano in lingua inglese indirizzato ad un preciso target di lettore benestante acculturato – come sottolinea giustamente Krishnan – esce un lungo reportage dall'India firmato da Li Hongwei. L'articolo vuole essere un esercizio divulgativo, spiegando alla Cina benestante quali sono i tratti simili dei due giganti d'Asia e in cosa invece differiscono.

 

I paragoni portati dall'inviato cinese sono ingenerosi. Infrastrutture, alfabetizzazione, mortalità infantile, matrimoni combinati e ineguaglianze di casta: tutti temi in cui la Cina non può che uscirne a testa alta – ed onore al merito.

 

Ma quello che interessa a noi, e che cita il The Hindu, è il parallelo tra corruzione alla cinese e corruzione all'indiana. Le persone intervistate da Li Hongwei portano una tesi chiara. Sunil Gulani, imprenditore indiano che commercia tessuti da Hangzhou in India, Sudafrica e Brasile – BRICS! - dice:"Certamente c'è la corruzione in Cina, ma credo ci sia su una scala minore [rispetto all'India]".

 

Un ingegnere cinese impiegato nel settore dell'energia in India spiega invece: "In India sono molto più spudorati nel chiederti una mazzetta. Ti dicono chiaro e tondo quanti soldi servono per avere un timbro sulla licenza. In Cina le cose sono più subdole – devi indovinare cosa è necessario".

 

Problema corruzione archiviato: è tutta una questione di mianzi, di salvare la faccia.

 

L'indiano, descritto per tutto l'articolo come un individuo pieno di sé e affetto dal complesso di superiorità rispetto al resto delle popolazioni asiatiche, è corrotto e te lo dice in faccia.

 

Il cinese è sì corrotto, ma almeno lo fa con stile.

 

di Matteo Miavaldi

 

 

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