«È qui il futuro per le nostre Pmi»

«A Chongqing oggi la metropolitana ha una rete di 20 chilometri. Ma sa qual è l'obiettivo di sviluppo? 500 km». È il volto della Cina 3.0. Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione, reduce dalla recente missione di sistema nelle terre dell'Impero di mezzo, non ha dubbi: nonostante i grandi numeri e le difficoltà di un mercato lontano, è qui il futuro delle Pmi italiane, perché è qui il mercato dei beni strumentali come di quelli di consumo.
«Ho trovato una Cina straordinariamente cambiata negli ultimi 15-18 mesi. Ho toccato con mano qualcosa che non mi era mai capitato di vedere prima. Un paese non più solo export oriented, che in maniera orgogliosa è determinato a cogliere la sua occasione di cambiamento, anche collaborando con il resto del mondo: lo sviluppo del grande mercato locale» racconta Zegna. E lancia un messaggio alla piccola e media impresa italiana: «Questa è la Cina. Se tu vuoi starne fuori è tua scelta. Ma devi sapere che per il bene della tua famiglia, della tua azienda e delle nuove generazioni devi trovare il modo di far parte del cambiamento e studiare da subito cosa vuoi fare». Gli strumenti per affrontare la sfida ci sono, se no si creano. «E oggi occorre anche invogliare i cinesi a investire in Italia».
Ma il loro arrivo può avere risvolti di business anche per le Pmi?
Certo. Le imprese cinesi hanno raggiunto un notevole miglioramento della qualità dei loro prodotti. Ora cercano partner anche medio-piccoli per accrescere la qualità e posizionarsi ancor meglio sul loro mercato. Oggi gli scenari sono completamente diversi. Il cavallo a cui davano da bere non ha più sete essendosi ridotto il loro export verso Usa, Ue e Giappone. Il governo di Pechino così punta sui consumi domestici, in crescita esponenziale anche per l'aumento del costo medio dei salari. È questo il cambiamento da cavalcare. Oggi si deve andare lì perché è un grande mercato.
La Cina a lungo è stata un incubo competitivo e una realtà vittima di troppi stereotipi. Così scontiamo ancora un notevole ritardo quanto a presenza delle nostre imprese...
Nel 2009 sul fronte dell'export con il +3,7% registrato verso la Cina abbiamo fatto meglio dei nostri concorrenti, Germania compresa. Ma nel gigante asiatico siamo effettivamente presenti ancora in maniera poco radicata, con solo 2mila imprese.
Che fare allora?
Per coltivare l'export non basta più vendere. Occorre penetrare a fondo il mercato. Ma occorre guardare la situazione senza paratie mentali: le nostre vendite in Cina sono solo il 2% del totale dell'export italiano. Ma oggi la Repubblica popolare vanta il 12% del Pil mondiale. Lo spazio d'azione e di crescita c'è tutto: è un potenziale da cogliere al più presto. Non guardando solo a Pechino o Shanghai. A Chongqing (32 milioni di abitanti), snodo delle rotte di business tra l'est e l'ovest di questo immenso paese, abbiamo incontrato una classe dirigente intelligente e preparata. Tra pochi anni oltre la Grande Muraglia ci saranno 15 città con più di 20 milioni di abitanti. 8oomila cinesi sono milionari e tra breve le famiglie abbienti saranno superiori alla somma di quelle Usa ed Europa.
Ma le Pmi italiane come possono affrontare i grandi numeri della globalizzazione a partire dalla Cina? Una parola d'ordine per loro?
Aprirsi. Andare a vedere. Analizzare la realtà con un'apertura mentale che va ben oltre quanto si è fatto finora. E se una Pmi è troppo piccola, cresca. Ci sono le reti d'impresa anche senza perdere la propria autonomia. Occorre buttarsi, studiare come aumentare la propria massa muscolare. E questo può avvenire con il vicino, o con un cinese in Cina e, perché no, con un'impresa cinese in Italia.
Quali i supporti in arrivo dal sistema paese?
Ci vuole una scossa: nella recente missione il sistema paese ha funzionato. Grazie al successo del nostro padiglione all'Expo di Shanghai milioni di cinesi guarderanno all'Italia con occhio diverso. Ma ora occorre un piano d'attacco concertato a 360°. Non è una guerra. Ma ci sono concorrenti, c'è un campo di gioco estremamente allettante, c'è il favore dei cinesi alla collaborazione. Ma occorre meno politica, più business. Si sta studiando la revisione delle forze italiane che devono favorire l'internazionalizzazione. È importante guadagnare forza, non perderne. Occorrono più risorse da investire all'estero. Ma, a questo punto, come imprese vogliamo che, da attori impegnati al fronte, si ascolti quello che abbiamo da dire. E soprattutto occorre un processo che vada oltre l'arco di un anno: occorrerebbe ragionare per il periodo 2010-2013.
Azioni future?
Volenti o nolenti, come imprese abbiamo abbastanza completato il riposizionamento del prodotto. Ora dobbiamo accelerare lo sviluppo fuori dai mercati tradizionali, a partire dall'Asia, senza dimenticare l'Africa per non essere in ritardo anche su questo scacchiere.
Strumenti alla luce delle esperienze fin qui fatte?
Quelle future saranno missioni da guerriglieri: piccole, veloci, mirate, specialistiche, meno costose e più operative. L'aspetto politico, pur importante in paesi come la Cina, verrà riservato a missioni di sistema selezionate. Quello che conterà in futuro però sarà l'approccio settoriale, da preparare in patria per poi muovere le truppe. E soprattutto occorrerà concentrare la promozione del made in Italy e fare squadra. A partire dalle Pmi.
sara.cristaldi@ilsole24ore.com
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MOSSE OBBLIGATE

Apertura mentale diversa dal passato

Muscoli più potenti con l'aggregazione

Essere parte del cambiamento

Essere aperti alle alleanze

Partecipare a missioni settoriali selezionate

22/06/2010