« Da Cina e India i premi italiani»

BOLOGNA.
Il premio di produttività dei dipendenti in Italia è garantito dai risultati portati a casa dai lavoratori in Cina e in India. Chiamiamolo effetto-crisi o chiamiamolo globalizzazione, il dato è questo: «Gli stabilimenti di Pontedera devono fare riferimento al mercato europeo, quelli indiani al mercato indiano e quelli cinesi al mercato cinese». Se gli stabilimenti "non italiani" non esistessero, la Piaggio si troverebbe a discutere di una riduzione del salario complessivo nel 2010 rispetto a quello del 2009. Cosa riserverà il futuro al settore metalmeccanico non lo si può indovinare, ma per il presidente e amministratore delegato dell'azienda di motocicli, Roberto Colaninno, un concetto è chiaro: il lavoro con tutti i suoi problemi - dal salario ai contratti, fino al tema della flessibilità - è in continuo movimento e sul tavolo di discussione ci sono finiti elementi differenti, che non possono essere affrontati con l'occhio "riduttivo" italiano. "Flessibilità dell'impresa, flessibilità del lavoro" è stato il tema sul quale si sono confrontati ieri a Bologna, nella prima giornata del Festival "Manifutura" (l'iniziativa promossa dalla Fondazione Nens di Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani) l'economista Tito Boeri, il presidente di Manutencoop Claudio Levorato, il presidente di Obiettivo Lavoro Alessandro Ramazza e due sindacalisti, Giorgio Santini (Cisl) e Vincenzo Scudiere (Cgil). I lavoratori precari sono quelli che hanno pagato più di ogni altro la crisi economica. Nel solo 2009, secondo Obiettivo Lavoro, la domanda di lavoro interinale è crollata del 25%. E per questa tipologia di lavoratori non ci sono stati ammortizzatori sociali. Nel 2010 quasi il 43% degli intervistati ha dichiarato di aver passato periodi di estremo scoraggiamento nella ricerca di una occupazione. Inquietanti anche i dati relativi alla disoccupazione giovanile. I giovani che entrano nel mercato del lavoro sono la metà di quelli che vanno in pensione.
Colaninno si è soffermato sul tema della "flessibilità figlia della crisi". «Vorrei che la mia impresa lavorasse a turno continuo, compreso il sabato e la domenica, per lo sfruttamento dell'impianto - ha detto nel suo intervento - in quel caso non avrei bisogno della flessibilità. Ne ho bisogno quando non riesco a soddisfare la domanda oppure quando la domanda raggiunge una volatilità non prevedibile. Non c'è alternativa a questo. E' stata introdotta la flessibilità, la stagionalità, i contratti che hanno poi portato a quei problemi condivisibili sui giovani, la precarietà e il tempo determinato». Per l'imprenditore è quindi finito il concetto di contratto a tempo indeterminato: «La somma di lavoro di ciascuno è la somma di lavori in diversi luoghi e con diverse esperienze che, però, pone problematiche molto importanti perché avremo bisogno di trasporti, di una mobilità accettabile, di scuole e di ospedali». Per il segretario confederale della Cgil, Scudiere il tempo indeterminato «ad oggi è l'unica forma di rapporto di lavoro che garantisce tutele e prospettive ai giovani».
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25/02/2011