Cento anni la flotta tedesca si autoaffondò per onore

21 giugno 1919. Dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, il comandante Ludwig Von Reuter volle così evitare che la Hochseeflotte cadesse in mani nemiche

affondamento flotta tedesca 

Il 21 giugno 1919, pochi giorni prima della firma del Trattato di Versailles, per salvare l’onore nazionale tedesco nonostante la sconfitta nella Prima Guerra mondiale il comandante Ludwig von Reuter ordinò l’autoaffondamento della flotta d’alto mare nella base britannica di Scapa Flow – in tutto 74 unità navali – pur di non consegnarla ai nemici Alleati.

In seguito alla firma dell’armistizio di Compiègne, sottoscritto l’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco sconfitto e le potenze alleate vincitrici della Prima Guerra mondiale, la Flotta d'alto mare tedesca venne internata nella base della Royal Navy britannica di Scapa Flow, in Scozia. La zona era stata stabilita in adempimento ai termini dell'armistizio, in attesa che fosse decisa la sorte della Hochseeflotte, che comprendeva le più importanti navi da guerra tedesche.

In base all’accordo raggiunto il 15 novembre a bordo della Queen Elisabeth tra il contrammiraglio tedesco Hugo Meurer, inviato dell'ammiraglio Franz von Hipper, e il comandante della Grand Fleet britannica, David Beatty, la flotta di superficie tedesca avrebbe dovuto raggiungere il Firth of Forth arrendendosi a Beatty stesso, per poi essere trasferita sotto scorta a Scapa Flow.

Pochi giorni dopo, la mattina del 21 novembre, una settantina di navi della Hochseeflotte arrivarono a Cardiff e furono scortate nel Firth of Forth, dove vennero fatte ancorare e la bandiera tedesca ammainata. In seguito, tra il 25 ed il 27 novembre e poi il 9 gennaio, in tutto 74 unità tedesche vennero internate a Scapa Flow con i cacciatorpediniere assegnati nella zona di Gutter Sound e le navi maggiori a nord e ovest dell'isola di Cava.

L'ammiraglio Franz von Hipper affidò la Hochseeflotte al comando di Ludwig von Reuter.

Un equipaggio demoralizzato e indisciplinato

Durante i sette mesi di permanenza a Scapa Flow la sorveglianza delle navi internate venne successivamente affidata a diverse unità delle forze alleate, dalla Battle Cruiser Force al Primo Squadrone da battaglia della Atlantic Feet, ma i vari documenti d’epoca riferiscono della preoccupante situazione all’interno della flotta tedesca in cattività. 

Tra fine novembre e metà dicembre 1918 il numero di uomini a bordo delle navi venne ridotto drasticamente con una lunga serie di rimpatri, passando dai 20 mila iniziali a 4815. Nei mesi successivi i ritorni in patria proseguiranno ad un ritmo di 100 unità al mese.

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A contribuire alla demoralizzazione diffusa dei marinai la cattiva qualità del cibo, la forzata inattività e non ultima la lentezza del servizio postale con la Germania. Sulle difficili condizioni di vita a bordo delle navi incideva il fatto che il cibo veniva inviato direttamente dalla Germania solo due volte al mese, costringendo i marinai ad integrare con la pesca e la cattura di gabbiani. Per giunta erano confinati sulle proprie navi in quanto era vietata ogni visita ad altre unità come la possibilità di scendere a terra. La posta in uscita era censurata fin dall'arrivo delle navi e in seguito iniziò ad essere controllata anche quella in arrivo.

Problemi aggravati dalla mancanza di disciplina interna, riscontrata dai comandanti della Grand Fleet britannica: gli ordini degli ufficiali tedeschi venivano addirittura controfirmati da un comitato di marinai prima di essere eseguiti. Il malcontento e la stanchezza dei marinai tedeschi ebbero conseguenze dirette sui vertici, in particolare sul comandante von Reuter, già in cattive condizioni di salute, quando la notte del 25 marzo 1919 un gruppo noto come ‘Guardia Rossa’ cercò di colpire la sua cabina.

A Parigi la sorte delle navi tedesche in bilico

A partire da gennaio 1919 la sorte delle navi in custodia venne discussa alla conferenza di pace di Parigi  tra le potenze vincitrici. La Francia e l'Italia richiesero un quarto ciascuna della flotta internata, mentre la Gran Bretagna era a favore della distruzione delle navi tedesche, per evitare qualsiasi crescita delle marine militari delle altre potenze. L'articolo XXXI dell'armistizio vietava ai tedeschi di distruggere le proprie navi in qualsiasi caso. Gli ammiragli britannici Beatty e Madden avevano entrambi approvato piani per prendere il controllo delle navi in caso di un tentativo di autoaffondamento, mentre gli ammiragli Keyes e Leveson erano giunti a raccomandare l'internamento degli equipaggi a terra presso Nigg Island, per eliminare del tutto il rischio di sabotaggi.

I loro suggerimenti non vennero però messi in atto, mentre nel campo tedesco fin da gennaio 1919 von Reuter aveva menzionato al proprio capo di stato maggiore la possibilità di autoaffondare la flotta. Avendo avuto notizia dei possibili termini del trattato di Versailles nel mese di maggio, iniziò quindi una pianificazione minuziosa dell'operazione.

L’ordine di autoaffondamento

Verso le ore 10 del 21 giugno, von Reuter segnalò alla flotta internata di tenersi pronta in attesa del segnale di autoaffondamento. Alle 11.20 circa il segnale venne inviato con le bandiere: "A tutti gli ufficiali comandanti e capi delle torpediniere. Paragrafo 11 della data di oggi. Ricevuto. Il capo dello Squadrone internato". Il messaggio venne ripetuto anche con segnali luminosi. L'autoaffondamento iniziò immediatamente con l'apertura delle valvole delle navi e la rottura delle condutture interne. Inoltre vennero lasciate aperte le paratie stagne e allentati gli oblò, mentre in alcune unità erano stati praticati dei buchi tra i diversi settori per facilitare e velocizzare l'ingresso dell'acqua. Fino a mezzogiorno queste operazioni non ebbero effetti visibili; a questo punto la Friedrich der Grosse iniziò a inclinarsi fortemente a dritta, mentre tutte le unità innalzarono la bandiera tedesca sull'albero maestro. Gli equipaggi iniziarono quindi ad abbandonare le navi. 

Le forze navali britanniche rimaste a Scapa Flow comprendevano tre cacciatorpediniere, uno dei quali in riparazione, sette pescherecci militarizzati e varie imbarcazioni da pesca minori. Le notizie dell'autoaffondamento iniziarono a raggiungere Freemantle alle 12.20. Compreso il pericolo, l'ammiraglio cancellò l'esercitazione prevista e ordinò di fare ritorno alla base alla massima velocità. Le navi britanniche giunsero in loco non prima  delle 14.30, quando erano ancora a galla solo le navi principali tedesche. Via radio era stato ordinato alle scarse forze presenti di evitare l'affondamento o di far arenare in acque basse le navi prima che fosse troppo tardi.

L'ultima nave ad affondare fu l'incrociatore da battaglia Hindenburg che si inabissò alle 17; per quell'ora erano affondate 15 navi principali, mentre solo la Baden si era salvata. Erano inoltre affondati quattro incrociatori e 32 cacciatorpediniere. Nove marinai tedeschi vennero uccisi e circa 16 feriti a bordo delle loro navi per non aver obbedito all'ordine di interrompere l'autoaffondamento dato dalle navi di pattuglia della Royal Navy.

Durante il pomeriggio vennero raggruppati 1.774 marinai tedeschi e trasportati a bordo delle navi da battaglia del Primo Squadrone a Invergordon. Freemantle aveva nel frattempo emanato una direttiva dichiarando che i tedeschi fossero da trattare come prigionieri di guerra per aver rotto l'armistizio: vennero quindi avviati al campo d'internamento di Nigg.

Il recupero durò fino al 1939

Delle 74 unità navali tedesche internate a Scapa Flow, 15 navi principali su 16, 5 degli 8 incrociatori e 32 dei 50 cacciatorpediniere affondarono; in tutto si trattò di 52 unità su un totale di 74.

In tutto 22 navi non riuscirono nell'autoaffondamento o furono fatte arenare dalle unità britanniche presenti. Queste ultime unità vennero in seguito ripartite tra le marine militari vincitrici, mentre le navi affondate vennero inizialmente lasciate al loro posto, visto che il costo stimato di recupero era troppo alto rispetto alla richiesta di scarti ferrosi, soddisfatta dall'alto numero di navi già avviate a demolizione.

Dopo una serie di lamentele delle autorità locali che facevano presente come i relitti fossero un pericolo per la navigazione, nel 1923 venne formata un'impresa per il recupero, che procedette alla rimozione di quattro cacciatorpediniere. Le operazioni di recupero furono attuate in più momenti, per concludersi nel 1939, alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, ma gran parte delle unità furono riportate a galla tra il 1925-1926.



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