ALTRE REGIONALI 2019

Come sono andate le altre elezioni regionali di quest'anno

Il voto in Abruzzo del 10 febbraio 2019

Netta l'affermazione del candidato del centrodestra unito, Marco Marsilio. Male il Movimento 5 Stelle, mentre il centrosinistra non 'pd-centrico' segna un risultato significativo

Analisi di YouTrend per Agi uscita l'11 febbraio 2019

Il primo test elettorale del 2019 non ha deluso le aspettative: le elezioni regionali in Abruzzo hanno dato un risultato netto, e che – c’è da scommetterci – avrà ripercussioni non solo sulla politica locale ma anche a livello nazionale. Vediamo perché, in cinque punti.

1. LA PARTECIPAZIONE

Nonostante si sia trattato di un voto “isolato”, l’affluenza non è stata troppo bassa. Gli elettori che si sono recati alle urne sono stati il 53,1% degli aventi diritto, in calo di oltre 8 punti rispetto alle precedenti Regionali (nel 2014). In quell’occasione, però, nello stesso giorno si votò per una tornata elettorale nazionale piuttosto importante (le Europee) e per il primo turno delle Amministrative in diversi comuni. Inoltre, cinque anni fa si era in un periodo dell’anno differente (fine maggio) e decisamente più “agevole” per l’esercizio del voto.

Di certo non si sono viste folle oceaniche recarsi ai seggi, ma nemmeno si è trattato di elezioni “fantasma” come le suppletive nel collegio uninominale di Cagliari di qualche settimana fa. Né si tratta di un tasso di partecipazione basso come quello che riguardò le Regionali dell’autunno 2014, quando l’affluenza si tenne nettamente sotto il 50% (addirittura fermandosi al 37% in Emilia-Romagna). Insomma, il voto in Abruzzo è stato un test politico da non sottovalutare.

2. RISULTATI

La vittoria, netta, è andata a Marco Marsilio, candidato della coalizione di centrodestra. Secondo le ultime proiezioni SWG (mentre scriviamo, lo scrutinio è ancora molto indietro) Marsilio avrebbe ottenuto oltre il 47% dei voti, staccando di 17 punti Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e candidato presidente della coalizione di centrosinistra. Terza con il 20% dei voti Sara Marcozzi, candidata (come 5 anni fa) del Movimento 5 Stelle. Stefano Flajani, candidato di CasaPound, avrebbe ottenuto meno dell’1% dei voti.

Marsilio ha vinto con ampio margine, riportando il centrodestra al governo della regione dopo la vittoria, nel 2014, di Luciano D’Alfonso (centrosinistra), nonostante alle Politiche dello scorso anno la prima forza politica sia stata il Movimento 5 Stelle, arrivato a sfiorare il 40% dei voti. Le polemiche che in campagna elettorale avevano riguardato Marsilio, “reo” di non essere abruzzese al 100%, non gli hanno impedito di diventare il primo governatore in quota Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni, nato nel 2012 da una scissione del PDL, fino ad oggi non aveva mai visto un esponente diventare Presidente di una Regione.

Con questa vittoria, peraltro, l’Abruzzo si conferma la regione “swing” per eccellenza: dal 1995 ad oggi, ossia da quando è stata introdotta la legge elettorale maggioritaria (seguita pochi anni dopo dall’introduzione dell’elezione diretta del Presidente), l’Abruzzo non ha mai confermato la maggioranza uscente in occasione delle Regionali. Per di più, in tutte le precedenti elezioni regionali, l’Abruzzo aveva rispecchiato – se non addirittura anticipato – le tendenze politiche nazionali.


3. LO SFONDAMENTO DELLA LEGA E IL CROLLO DEL M5S

Nel voto alle liste emergono forse le indicazioni più clamorose di queste elezioni. Il primo partito, un po’ a sorpresa, diventa la Lega di Salvini, che raddoppia il risultato (già buono) ottenuto alle Politiche 2018 superando il 26% dei consensi. Risultato importante ma non ottenuto a scapito degli alleati, se è vero che Forza Italia non scompare (pur scendendo sotto il 10%) e che Fratelli d’Italia (partito di Marsilio) ottiene un buon risultato, sopra il 5%.

Nel consenso, la coalizione di centrodestra supera abbondantemente il 40%. Decisamente deludente è invece il risultato del Movimento 5 Stelle, che si ferma intorno al 20% (forse persino sotto): non solo rispetto al – quasi – 40% conquistato lo scorso 4 marzo in Abruzzo, ma persino rispetto al 21,4% ottenuto 5 anni fa, nel giorno in cui il PD di Renzi esplodeva al 40,8% sul piano nazionale. Il confronto è ancora più impressionante se si tiene conto dei voti assoluti: secondo una nostra stima, basata sulle proiezioni di SWG, in meno di un anno in Abruzzo i 5 Stelle sarebbero passati da oltre 300 mila voti a meno di 130 mila, perdendo quasi 6 voti su 10.


Questi dati sono molto importanti perché certificano per la prima volta con voti “veri” quello che i sondaggi stavano suggerendo da diversi mesi: e cioè che la Lega si sta effettivamente rafforzando anche nelle regioni del Centro-Sud, persino superando – come già era avvenuto sul piano nazionale – il Movimento 5 Stelle.

La crescita della Lega (anche in voti assoluti, nonostante la minore partecipazione rispetto alle Politiche) e il contemporaneo risultato poco entusiasmante del M5S rischiano di avere serie ripercussioni sugli equilibri del governo nazionale: fino ad oggi erano solo i sondaggi a suggerire che le gerarchie tra i due partiti di maggioranza si fossero invertite rispetto al voto politico del 4 marzo, mentre adesso a certificarlo sono voti “in carne ed ossa”.

È quindi senz’altro possibile che il risultato delle Regionali in Abruzzo contribuirà ad accentuare le differenze tra il partito di Salvini e quello di Di Maio, con effetti imprevedibili sulla stabilità dell’esecutivo (e la coerenza delle sue azioni). Anche perché la somma di questi due partiti, che a Roma sostengono il Governo Conte (e che nei sondaggi nazionali supera il 57% dei voti), in Abruzzo dovrebbe attestarsi ben sotto il 50%, nella stessa regione in cui alle Politiche M5S e Lega avevano ottenuto complessivamente oltre il 53% dei suffragi.

4. IL BICCHIERE MEZZO PIENO (O MEZZO VUOTO?) DEL PD

Il Partito Democratico esce formalmente sconfitto dalle elezioni abruzzesi. Legnini è arrivato secondo rimediando un distacco pesantissimo da Marsilio, e il centrosinistra ha perso il governo di una Regione in cui aveva vinto più volte in passato (1995, 2005 e 2014). Il risultato della lista del PD, che dovrebbe attestarsi di poco sopra il 10%, è molto deludente. Tuttavia, il dato della coalizione contiene degli elementi incoraggianti: le – tante – liste alleate del PD in sostegno di Legnini, molte delle quali civiche, hanno raccolto quasi il 20% dei consensi, conquistando (verosimilmente) i voti di molti elettori di centrosinistra, ma anche di ex elettori che nel 2018 avevano scelto il Movimento 5 Stelle.

E il buon risultato di queste liste ha probabilmente a che fare con l’impostazione della campagna elettorale di Legnini, che si è presentato come un candidato “civico”, senza poter contare (o cercando di nasconderlo?) sul sostegno del Partito Democratico, peraltro alle prese con il suo congresso e quindi privo di una leader nazionale spendibile in una campagna elettorale locale. Difficile dire se il risultato della coalizione di Legnini in Abruzzo implichi che una coalizione di centrosinistra allargato ad altri soggetti diversi dal PD possa essere competitiva anche a livello nazionale: di certo ha dimostrato che in occasione di elezioni locali, siano esse regionali o amministrative (come del resto si è visto anche lo scorso anno), il bipolarismo “classico” fondato sulla contrapposizione centrodestra/centrosinistra è ancora il modello di competizione elettorale prevalente, o perlomeno quello in cui gli elettori tendono ancora a riconoscersi maggiormente.

(Salvatore Borghese)

 

Il voto in Sardegna del 25 marzo 2019

Come se la sono cavata i diversi partiti rispetto alle scorse elezioni politiche? Qual è stato lo scostamento tra i candidati e le liste che li sostenevano? Come sono stati i distribuiti i voti nelle diverse sezioni? E la polemica sugli exit poll ha avuto senso? Ecco tutte le risposte

Analisi di YouTrend per Agi uscita il 26 febbraio 2019.

Dopo uno scrutinio che pareva infinito, dalla Sardegna è arrivato un responso: le elezioni regionali sono state vinte dal centrodestra e Christian Solinas è il nuovo presidente. Solinas succede a Francesco Pigliaru, eletto presidente nel 2014 con una coalizione di centrosinistra. Ma il quadro non potrebbe essere più diverso rispetto a 5 anni fa.

Prima di vedere i risultati in dettaglio, vediamo com’è andata la partecipazione al voto: l’affluenza definitiva si è attestata sul 53,7%, un dato non eccezionale ma comunque in aumento rispetto alle precedenti Regionali, quando aveva votato il 52,2%. Il calo rispetto alle Politiche dell’anno scorso, in cui l’affluenza fu del 65%, è invece piuttosto normale trattandosi di un’elezione locale. Come mostra la nostra mappa interattiva, non si è trattato di una partecipazione uniforme: se in alcuni comuni sono andati a votare meno di 4 elettori su 10, in altri l’affluenza è arrivata quasi a sfiorare il 70%. Una dinamica “a macchia di leopardo” di questo tipo non è infrequente, ma si tratta comunque di differenze notevoli.

Altrettanto variegata è la mappa che ci mostra le differenze di affluenza rispetto alle precedenti Regionali. In generale, si nota come in provincia di Nuoro e sulla costa orientale ci siano stati i cali più pronunciati, mentre nella parte meridionale (cagliaritano, iglesiente) vi sia stato in generale un aumento della partecipazione.

E veniamo ai risultati. Contrariamente a quando si è ritenuto in un primo momento sulla base degli exit poll diffusi subito dopo la chiusura dei seggi – e che parlavano di un possibile testa a testa tra Solinas e Zedda – la vittoria di Solinas è stata molto netta. Al candidato del centrodestra è andato il 47,8% dei voti totali, circa 15 punti in più rispetto al sindaco di Cagliari, che si è fermato al 32,9%. Ma gli exit poll non hanno sovrastimato solo Zedda: anche il risultato di Desogus, candidato del M5S, 11,2% è risultato molto inferiore al 13,5-17,5% di cui era stato inizialmente accreditato: Desogus non è andato oltre l’11,2%.

Ciò che invece gli exit poll avevano correttamente fotografato è la differenza tra il voto ai candidati presidente e quello alle liste in loro sostegno. Da questo punto di vista, Solinas si è rivelato complessivamente un candidato meno “forte” della coalizione che lo sosteneva (la differenza è di circa 4 punti percentuali).

Al contrario, sia Zedda che Desogus hanno fatto meglio delle loro liste, anche se questo non è necessariamente da attribuire al voto disgiunto: tutti i voti validi espressi (anche quelli che vanno solo a una lista) vengono automaticamente ricondotti a un candidato presidente, mentre i voti dati solo a questi ultimi non si estendono alle loro liste (a differenza di quanto avviene alle Politiche con il Rosatellum). Per questo, più che a una presunta “debolezza” o “forza” dei vari candidati, è forse più corretto affermare che le liste di centrodestra siano state nel complesso più efficaci di quelle di centrosinistra e M5S.

La polemica sugli exit poll non ha senso

Fin dai primissimi dati di scrutinio giunti dalle sezioni è apparso chiaro come il distacco di Zedda fosse difficilmente colmabile. Ad ogni modo è inutile, e probabilmente fuori luogo, mettere sotto accusa gli exit poll: si tratta, come noto, di uno strumento con dei forti limiti metodologici. In questa occasione, peraltro, è stato utilizzato per assenza di alternative: lo scrutinio sarebbe iniziato solo il lunedì mattina e non era possibile quindi fare affidamento sulle più “robuste” proiezioni (basate su dati reali) per avere un’indicazione – per quanto approssimativa – già la domenica sera.

La vittoria di Solinas, dicevamo, è stata netta ma non “totale”. La nostra mappa mostra come Zedda sia riuscito a giungere in prima posizione in diversi comuni, tra i quali due capoluoghi (Cagliari e Nuoro, a cui si potrebbe aggiungere l’ex capoluogo Villacidro). La variabilità del voto nei diversi comuni è tale che in alcuni casi a primeggiare sono stati Desogus (M5S) e il candidato indipendentista Manichedda, giunti nel complesso molto staccati dai primi due.

Che la competizione sia stata però sostanzialmente bipolare lo dimostrano anche le mappe dei due candidati più votati, Solinas e Zedda: osservando la diversa “intensità” del risultato, si può notare che mentre Solinas è stato particolarmente forte nel nord e nella parte sudorientale, Zedda ha ottenuto i suoi migliori risultati nella Sardegna centrale e nel sud-ovest della regione.

Chi sono, quindi, vincitori e sconfitti di queste elezioni? Senza dubbio, il centrodestra può affermare di aver vinto, avendo riconquistato una regione in cui in precedenza governava il centrosinistra. All’interno del centrodestra, però, vi sono diverse “sfumature” da considerare. Al netto del grande successo del PSdAz (terza lista in assoluto con circa il 10% dei voti), se usiamo come parametro di riferimento i voti ottenuti alle Politiche 2018 per misurare lo “stato di salute” dei partiti nazionali otteniamo indicazioni interessanti.

In termini assoluti tutti i partiti registrano delle perdite, il che è assolutamente normale trattandosi di una competizione locale (con minore affluenza e moltissime liste civiche o territoriali ad arricchire l’offerta rispetto alle Politiche). Quello che cambia è l’entità delle perdite: Forza Italia perde oltre 70 mila voti, fermandosi all’8% dei consensi. Cala anche la Lega, che si ferma poco sopra l’11% e perde circa 13 mila voti rispetto al 4 marzo scorso: qui però bisogna ricordare che la Lega alle Politiche aveva stretto un accordo proprio con il PSdAz (lo stesso Solinas, segretario del partito sardo, era stato candidato ed eletto al Senato nelle liste del partito di Salvini); e il PSdAz, correndo con una propria lista, ha ottenuto in questa occasione ben 70 mila voti. Sicuramente positivo è il dato di Fratelli d’Italia, che ottiene praticamente gli stessi voti delle Politiche nonostante i caveat di cui si è detto.

Perde voti anche il Partito Democratico (-34 mila) che però può consolarsi con la palma di lista più votata con il 13,4% e soprattutto per la ritrovata capacità, in Sardegna come in Abruzzo, di costruire delle coalizioni ampie intorno a candidati credibili capaci di attrarre all’incirca un terzo delle preferenze degli elettori.

Il M5s soffre le preferenze

La vera sconfitta senza appello è quella del Movimento 5 Stelle. Nonostante il M5S regionale si dichiarasse “molto soddisfatto” dei risultati parlando di un miglioramento rispetto alle Regionali 2014 (quando i pentastellati non si presentarono) è impossibile ignorare che in meno di un anno il partito di Di Maio è passato dall’essere il più votato (con oltre il 40% e quasi 370 mila voti) al diventare una forza residuale (la quarta, con meno del 10%) molto lontana dall’essere competitiva per la vittoria. Inutile prendersela con la legge elettorale che prevede coalizioni e preferenze, che non ha mai impedito al M5S di arrivare al 20-30% in altre elezioni, regionali o comunali: quando in meno di un anno si perdono 300 mila elettori che, sia pure rispetto a un’elezione nazionale, scelgono di votare qualcun altro – o di non votare affatto – c’è chiaramente qualcosa che non va.

È però vero che il M5S è un partito che soffre le elezioni dove sono previste le preferenze. Lo confermano anche le elezioni in Sardegna, dove la classifica dell’indice di preferenza (rapporto tra voti ottenuti da una lista e preferenze raccolte dai suoi candidati) vede ai primi posti liste civiche o locali, quasi sempre facenti parte della coalizione di Solinas o Zedda.

Un basso indice di preferenza è tipico delle liste che raccolgono un voto più “di opinione” e meno indirizzato ai singoli candidati consiglieri (spesso per un rapporto di fiducia o conoscenza diretto, personale). In certi casi l’indice è superiore a 1 perché in Sardegna – come in molte altre regioni – la legge consente di esprimere fino a due preferenze, purché vadano a candidati di sesso diverso (la cosiddetta “preferenza di genere”).

 

Il voto in Basilicata del 24 marzo 2019

Il centrodestra ha espugnato anche la "regione rossa del Sud". Il M5s continua a soffrire nelle sfide locali e il Pd compie troppi passi falsi. Buono il dato sulla partecipazione

Analisi di YouTrend per Agi del 25 marzo 2019

Mentre scriviamo, mancano ancora all'appello alcune decine di sezioni (su 681), ma i dati sono già consolidati, e ci consentono di affermare che le elezioni regionali in Basilicata sono state vinte dal centrodestra: Vito Bardi, ex Generale della Guardia di Finanza indicato da Forza Italia, è il nuovo Presidente della Regione, con circa il 42% dei voti.

Un voto partecipato

Nonostante si trattasse di un voto locale (e per di più "isolato", senza altri appuntamenti a far da traino) queste elezioni regionali hanno visto una buona partecipazione degli elettori. L'affluenza si è attestata sul 53,5%, quasi 6 punti in più rispetto alle precedenti Regionali, che peraltro si tennero in due giorni (nel 2013 l'affluenza si fermò al 47,6%). Rispetto alle Politiche dell'anno scorso, quando in Basilicata votò il 71,1% degli aventi diritto, sembra che ci si trovi di fronte a un calo notevole: ma, come abbiamo già avuto modo di notare in precedenti occasioni, alle Politiche l'elenco degli elettori non include i residenti all'estero, iscritti in una circoscrizione apposita, il che rende non confrontabili le percentuali che si calcolano su basi diverse. In termini assoluti, il calo risulta decisamente contenuto se si considera che in questa occasione hanno votato circa 307 mila elettori contro i 329 mila del 4 marzo 2018.

Il centrodestra espugna la "regione rossa del Sud"

Fin dall'inizio della Seconda Repubblica, la Basilicata era stata un feudo dei progressisti, unica Regione del Sud sempre amministrata da giunte di centro-sinistra. Questa volta, il centrosinistra non è riuscito a risollevarsi dalla pesante sconfitta ottenuta già alle Politiche dello scorso anno (quando era rimasto al di sotto del 20%) e il centrodestra si ritroverà, per la prima volta, alla guida della Basilicata. Sono ben 7 le Regioni che dal 2017 hanno cambiato colore, passando tutte dal centrosinistra al centrodestra: prima della Basilicata, era toccato a Sicilia, Molise, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Abruzzo e Sardegna. Solo nel Lazio, con la riconferma di Nicola Zingaretti nel 2018, il centrosinistra è riuscito a conservare il governo di una Regione in questo stesso lasso di tempo.

Lega mai così forte nel Mezzogiorno

Con l'unica eccezione dell'Abruzzo (che comunque si trova a latitudini più settentrionali) in Basilicata la Lega ottiene il suo miglior risultato di sempre in una regione meridionale. Il 18,8%  (provvisorio) di cui in questo momento è accreditato il partito di Matteo Salvini gli vale il secondo posto nella classifica delle liste più votate (a meno di 2 punti dal Movimento 5 Stelle). Data la vittoria del premio di maggioranza da parte della coalizione di Bardi, la Lega sarà ad ogni modo il gruppo consiliare più numeroso. Che il partito che fu di Umberto Bossi prenda il doppio dei voti di Forza Italia in una Regione del Sud è qualcosa che fino a pochi mesi fa sembrava impossibile: oggi è un dato di realtà che conferma come le tendenze che emergono dai sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto non siano solo semplici speculazioni.

Il M5s continua a non vincere nelle regioni

Il dato del Movimento 5 Stelle è in chiaroscuro: a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, il partito di Luigi Di Maio è risultato in Basilicata (salvo sorprese dalle ultime sezioni) la lista più votata, sopra il 20% dei consensi. In più si tratta di un dato in aumento rispetto alle Regionali del 2013, quando il M5S si era fermato al 13%. Ma il 2013 era un'altra èra politica, e il 20% odierno è – ancora una volta – drammaticamente insufficiente per risultare la prima area politica in un'elezione regionale.

Inevitabile poi sono i paragoni con le Politiche 2018, quando il Movimento in Basilicata aveva ottenuto un clamoroso 44%. Se si considera la storica debolezza del centrodestra in questa regione e gli scandali che hanno travolto la giunta uscente di centrosinistra (con l'ex presidente Pittella agli arresti domiciliari, poi revocati, e spinto a non ricandidarsi), era legittimo aspettarsi qualcosa di più dal M5S, anche considerando che la campagna del loro candidato (Antonio Mattia) era partita in anticipo rispetto agli avversari. Il risultato in Basilicata di quest'anno potrebbe essere comunque il decimo miglior risultato mai ottenuto dal M5S in un'elezione regionale, storicamente un campo di battaglia ostico per i pentastellati.

I troppi passi falsi del Pd

Il Partito Democratico è l'altro grande sconfitto di queste elezioni. Oltre ad aver perso una regione storicamente favorevole al centrosinistra, il PD paga una campagna non priva di criticità: la lunga querelle che ha accompagnato la designazione del candidato presidente, la scelta di Carlo Trerotola che ha fatto parlare di sé più per le sue simpatie per il MSI di Almirante che per il suo programma elettorale, le liti a sinistra che hanno portato alla candidatura antagonista di Valerio Tramutoli.

Rispetto al 2018, il dato dei progressisti non è troppo negativo: la coalizione di Trerotola supera il 30%, laddove l'anno scorso era rimasta sotto il 20%; lo stesso dato del PD (o meglio della lista "Comunità Democratiche", fermatasi al 7,8%) non è molto attendibile, se si considera che l'ex presidente Pittella (PD) ha guidato una sua lista ("Avanti Basilicata") che è risultata il primo partito della coalizione con oltre l'8%. Virtualmente, sommando le due liste, il dato del PD non sarebbe troppo lontano da quello di Lega e M5S, ma resta il fatto che in Basilicata le due Regionali precedenti si erano concluse con una vittoria della coalizione guidata dal PD con circa il 60% dei voti.

 

 
 


Analisi del voto in Piemonte del 25 maggio 2019

Il centrodestra conquista 6 capoluoghi di provincia, il centrosinistra 5 e il M5s uno solo. Altri 16 andranno al ballottaggio e a metà giugno si vota a Cagliari e a Sassari. L'azzurro Cirio strappa il Piemonte a Chiamparino

Articolo uscito il 28 maggio 2019.

Il terremoto delle europee 2019 produce scosse di assestamento anche per le elezioni amministrative. Il Piemonte passa dal centrosinistra al centrodestra, che controlla così tutte le regioni del nord Italia.

Per quanto riguarda i capoluoghi di provincia, il centrodestra strappa al centrosinistra al primo turno i sindaci di Pescara e Pavia e conferma i comuni di Perugia, Vibo Valentia e Urbino. Il centrosinistra conferma al primo turno i sindaci di Firenze, Bari, Modena, Bergamo, Pesaro e Lecce.

Il Movimento 5 Stelle è escluso dai ballottaggi nei comuni dove vinse nelle precedenti elezioni: Livorno e Avellino. I pentastellati strapparono al centrosinistra due settimane fa il sindaco di Caltanissetta. Il 9 giugno si terranno ballottaggi tra centrosinistra e centrodestra nei comuni di Campobasso, Ferrara, Forlì, Reggio Emilia, Cremona, Verbania, Vercelli, Prato, Cesena, Ascoli Piceno, Foggia, Rovigo, Livorno. A Potenza e Biella si andrà al ballottaggio tra candidati del centrodestra e di liste civiche. Ad Avellino si andrà al ballottaggio tra candidati del centrosinistra e liste civiche.

Domenica 16 giugno si voterà per il primo turno nei comuni di Cagliari e Sassari. In autunno si voterà per il sindaco di Reggio Calabria. Nelle precedenti elezioni il centrosinistra vinse in 22 comuni, il centrodestra in 6, Fratelli d'Italia ottenne il sindaco di Potenza, M5s quelli di Livorno e Avellino.

L'onda della Lega trascina Cirio

Determinante per la vittoria in Piemonte del quarantaseienne Alberto Cirio, eurodeputato di Forza Italia, l'onda forte della Lega, che ha stravinto in tutto il Paese, attestandosi primo partito d'Italia. Cirio ha conquistato il 49,85% dei voti contro il 35,80% del governatore uscente, il dem Sergio Chiamparino, che nel pomeriggio si è congratulato con l'avversario, riconoscendo "la vittoria netta". "Netta - ha aggiunto così come è la mia sconfitta: l'ho chiamato per fargli le congratulazioni e augurargli di fare meglio di quanto abbiamo fatto noi". Chiamparino ha quindi riconosciuto la "responsabilità della sconfitta" osservando che "quando si perde si va a casa". "Appena il Consiglio si sarà insediato - ha annunciato - si valuteranno tempi, modalità e opportunità con la coalizione per lasciare il mio seggio e aprire una fase nuova".

Di fase nuova e di "nuovo patto per il Piemonte" ha parlato Cirio, appena giunto a Torino nella sede del Consiglio regionale: "Sono soddisfatto e contento, il Piemonte ha risposto bene" ha detto, auspicando l'impegno da parte di tutti "per far ripartire la regione e farla correre veloce come abbiamo in mente". 

Subito sul tavolo il dossier della Tav

Tema dominante delle elezioni regionali piemontesi è stata la Tav: "Si farà senza se e senza ma - ha assicurato il neo presidente - l'opera era nel programma delle politiche di centrodestra dello scorso anno e ancora di più c'è nel mio programma per governare la Regione".L'auspicio di Chiamparino, anche lui a favore della Torino-Lione, è che si arrivi al completamento dell'opera: "Da cittadino - ha scherzato - spero che si facciano partire i cantieri in modo da riuscire ad andare anch'io a Lione".

Chiamparino ha però messo anche in evidenza le difficoltà politiche, a livello nazionale, legate alla realizzazione della Tav: "Se quello che Salvini dice sull'opera lo esige, credo esista un problema per il governo o per i Cinque Stelle, ma da cittadino posso dire di essere poco preoccupato per entrambe le cose. Se il governo cadesse - ha concluso Chiamparino - mi andrebbe bene perché finalmente si andrebbe a votare e allo stesso modo se implodesse il Movimento Cinque Stelle non mi interesserebbe. Quello che davvero mi preoccupa da piemontese è che la Tav si faccia".

Che il problema sull'alta velocità non sia superato lo dimostrano le parole del candidato pentastellato Giorgio Bertola: "Sulla Tav non cambia nulla, c'è un dossier in mano al presidente Conte, la decisione dell'opera e' politica e spetta al governo". 

Leggi anche l'analisi di YouTrend sul voto in Piemonte