"Sulle startup vi dico cosa l'Italia può imparare dalla Francia"

Emanuele Levi, general partner di 360 Cp a Parigi, ad Agi racconta il modello francese voluto da Macron

"Sulle startup vi dico cosa l'Italia può imparare dalla Francia"
Foto: Bertrand Guay / POOL / AFP 
Parigi start-up (Afp) 

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Ieri su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

"E’ difficile identificare delle reali differenze tra le startup in funzione del loro hub di origine, certamente il forte sviluppo di cui hanno beneficiato Parigi e Berlino ha permesso a molte di raccogliere molti più round di finanziamento, anche da investitori non europei". A parlare è Emanuele Levi, general partner del fondo 360 Cp a Parigi. Da italiano conosce bene l'ecosistema delle nostre startup. "Alle startup italiane dico di non mollare, non c'è nulla in loro che non va". Ma conosce altrettanto bene quello francese e abbiamo cercato di capire insieme i punti di forza di quella che il presidente Macron ha promesso di cambiare in "Una startup nation". L'Italia non cresce (75 milioni di investimenti in questo primo semestre). La Francia viaggia molto più veloce e lo scorso anno ha raccolto investimenti per quasi 3 miliardi. 

"Sulle startup vi dico cosa l'Italia può imparare dalla Francia"

Lei conosce bene sia la Francia che l'Italia. Crede che per quanto riguarda le startup ci siano delle differenze tra i due Paesi? 
"Le startup italiane hanno rispetto ad altri Paesi europei un’offerta di capitali molto inferiore, che porta spesso a limitare le loro ambizioni nonché un numero limitato di casi di successo da cui trarre ispirazione. Il problema per l’Italia, a mio avviso, è nell’offerta dei capitali molto al di sotto dei principali paesi europei e non nella qualità delle startup. Il successo di alcune startup in specifici settori in Francia (come l’internet of things) ha contribuito ad alimentare delle onde successive di startup che operano nello stesso settore. E' interessante vedere, ad esempio, in che modo storie di successo come Withings (venduta a Nokia nel 2016, ndr) e Sigfox (che ha raccolto piu di 200milioni, ndr) hanno fatto emergere numerose altre startup a volte create da ex dipendenti di queste 2 società".

 

Cinque anni fa in Francia si investivano in startup più o meno gli stessi soldi che si investono in Italia. Oggi viaggiano sui 3 miliardi Cosa ha segnato questa crescita a suo avviso? 
"L’Italia ha sempre avuto un ritardo rispetto alla Francia. Nel 2012 il gap era pari a 7 volte e nel 2016 si è allargato a 17 volte. Il ritardo iniziale si puo spiegare per la politica di defiscalizzazione degli investimenti da parte dei privati in venture, realizzata in Francia dall’inizio degli anni 2000. Tale misura ha creato un cuscino di liquidità all’ecosistema che ha permesso a molte startup di sopravvivere anche dopo lo scoppio della bolla internet degli anni 90. L’ulteriore gap creato negli ultimi 5 anni deriva invece da una chiara politica di sostegno all’innovazione del governo francese che ha utilizzato diverse leve come: l’azione della BPI, delle politiche fiscali favorevoli e una forte promozione dell’ecosistema a livello internazionale".

Ecco, proviamo a fare una sintesi: cosa ha fatto il governo francese per favorire gli investimenti in startup?
"Il ruolo della BPI, che nel 2016 ha investito piu di 300milioni in fondi di venture e oltre 400milioni direttamente in startup, ha contribuito a rafforzare l’offerta di capitali dal seed fino al late stage. Il coinvolgimento dei grandi gruppi tramite politiche fiscali di incentivazione ha ulteriormente rafforzato l’ecosistema: incrementando le fonti di finanziamento verso fondi e startup, facilitando il dialogo startup-grandi gruppi e creando nuove opportunità di exit per le startup".

Quanto è importante secondo lei il ruolo dello Stato per le startup? 
"Il caso Francia dimostra a mio avviso che una buona politica per l’innovazione puo fare la differenza; è importante pero che tali misure lascino operare liberamente i vari attori dell’ecosistema e non che lo stato pensi di sostituirsi a quest’ultimo".

"Sulle startup vi dico cosa l'Italia può imparare dalla Francia"
Foto: Joel Saget / AFP 
Parigi start-up (Afp) 

Quanto invece spetta agli investitori? 
"I fondi di venture devono diventare sempre piu internazionali con una buona visione dei principali hub tecnologici europei; anche se la nostra attività richiede una forte presenza locale, quello che accade nelle principali capitali europee é prioritario sia per meglio indirizzare le società del portafoglio che per la propria strategia di investimento". 

Insomma, politica e investitori. In Italia non siamo insietro perché i nostri founder sono scarsi.
"Ai fondatori di startup italiani dico non mollate perché con una buona politica a sostegno dell’innovazione il ritardo del mercato italiano puo essere ridotto rapidamente".

Alcuni commentatori in Italia hanno definito Macron il presidente delle startup. E' una definizione corretta secondo lei?
"Il presidente Macron ha dimostrato sin dai suoi anni a Bercy come ministro delle Finanze una forte sensibilità per le startup che considera come formidabile motore di crescita dell’economia reale; vedremo nei prossimi mesi le azioni concrete che il nuovo governo intende adottare. Il fondo dedicato all’innovazione presentato nel mese di giugno e dotato di 10miliardi sembra un ottimo inizio"

Pensa che il modello francese possa essere applicato all'Italia?
"Sono convinto che l’Italia debba guardare con attenzione a quanto fatto in Francia in questi anni piuttosto che ispirarsi al modello americano della silicon valley che ha caratteristiche molto diverse per maturità dell’ecosistema, contesto regolamentare e fiscale e per cultura dell’imprenditoria".  

Cosa ostacola a suo avviso la venture industry in Italia? Cosa potrebbe essere migliorato? 
"Due azioni ad alto impatto da attivare al piu presto sono a mio avviso: incrementare le risorse allocate al venture capital dai principali investitori istituzionali italiani (banche, assicurazioni, fondazioni e casse) e incentivare i grandi gruppi industriali italiani a svolgere un ruolo piu attivo nell’ecosistema tramite investimento in fondi, programmi di open innovation e una maggiore apertura all’innovazione che viene dalle startup".

@arcangeloro