"Il problema delle startup italiane è la miopia di certi founder. Non si vive di soli capitali"

Dalla fusione di Equinvest e di BackToWork24 è nata una nuova società di crowdfunding: ne abbiamo parlato con i fondatori Bancalà e Bassi 

"Il problema delle startup italiane è la miopia di certi founder. Non si vive di soli capitali"

Da poche settimane è nata una nuova piattaforma italiana d'investimento. Il crowdfunding di Equinvest si è fuso con BackToWork24, società della famiglia Bassi specializzata nel far incontrare le imprese alla ricerca di capitali con manager-investitori (fino a novembre partecipata dal Sole24Ore). La nuova BacktoWork24 è controllata con il 30% ciascuno da Fabio Bancalà (fondatore di Equinvest) e da Alberto Bassi (attuale ceo), cui abbiamo chiesto il perché dell'operazione. E di alcuni limiti dell'ecosistema italiano.

Non capita spesso che due realtà italiane, non identiche ma vicine, scelgano di fondersi...

Ho sempre creduto che la soluzione migliore sia fare sistema, creare sinergie e farle crescere. Operavamo in mercati simili ed eravamo complementari: noi più focalizzati sull'offline verso, Equinvest sull'online. Noi sui club deal, Equinvest sull'equity crowdfunding.

Com'è nata l'operazione?

La partnership nasce da lontano, con alcune operazioni congiunte fatte tre anni fa e andate a buon fine. E poi ci siamo resi conto di un interesse crescente da parte degli investitori, a volte interessati all'equity e altre ai club deal. Unendo le forze con Equinvest, oggi possiamo offrire una piattaforma completa a disposizione del nostro network. Puntiamo ad aprire anche al peer-to-peer landing e agli strumenti di debito per le Pmi. L'obiettivo è 25-30 operazioni di equity crowdfunidng, che si aggiungerebbero alle circa 40 di Bakctowork. Puntiamo a chiudere il 2018 con circa 2,5 milioni di ricavi.

Come mai la scelta del peer-to-peer?

Ce lo hanno chiesto. Gli investitori e le aziende sono più propensi a finanziare e farsi finanziare con il debito piuttosto che con l'equity: dal punto di vista degli investitori viene vista come una possibilità meno rischiosa. Quello del peer-to-peer è già oggi un mercato più grande rispetto a quello dell'equity. La scommessa è creare un sistema con tutti gli strumenti innovativi in un'unica grande “stanza”. Se sei angel o investitore istituzionale puoi trovare diversi strumenti, dal crowdfunding al club deal per poi passare a equity e debito.

Quanto sarà grande questa "stanza"?

Backtowork24 ha transato circa 10 milioni in circa 40 investimenti. Aumentando il numero a 70-75, puntiamo i 15-16 milioni, peer-to-peer escluso.

Di crowdfunding si discute molto e ormai da tempo. Però in Italia non ha ancora sfondato...

Dal 2013, tutti i portali italiani di crowdfunding hanno raccolto più o meno quando Backtowork24 nello stesso periodo. Per ora sono briciole. Credo che il problema sia soprattutto culturale: le piattaforme online possono far fare un saldo di qualità, ma l'investitore non investe solo guardando un video. Vuole trattare, sentirsi parte del progetto, incontrare l'imprenditore. Gli investitori vogliono 'toccare' l'azienda. Noi andiamo in questa direzione: l'online deve combinarsi con quello che gli investitori chiedono.

L'altro settore dalle potenzialità ancora inespresse è il corporate venture capital. Perché le grande aziende fanno fatica a investire?

Le grandi e medie imprese hanno voglia e necessità di investire. L'interesse c'è, ma pensare che facciano lo scouting da sé, passino in rassegna centinaia di progetti e ne scelgano uno è utopia. Chi offre un servizio alle grandi aziende deve fornire un lavoro sartoriale, facendo una selezione in base a un terget preciso e presentando una gamma molto limitata di opzioni.

Ti confronti tutti i giorni con investitori e startup. Perché in Italia gli investimenti restano così striminziti?

Credo ci siano soprattutto due problemi. Il primo è che si è troppo gelosi della propria realtà e a volte un po' miopi. Per avere successo, serve aprire le porte a piccoli investitori o grandi aziende, in grado di accelerare lo sviluppo e costruire un network commerciale. Il secondo problema è, per certi versi, opposto: si pensa di poter vivere solo con i soldi degli investitori. C'è la rincorsa ai capitali, senza pensare che se dopo 3-5 anni non ci sono risultati, il problema non sono le risorse ma le idee.

Da questo punto di vista, la normativa sulle startup innovative è stata positiva o ha prodotto distorsioni?

Non darei la colpa al legislatore. La normativa ha il merito di mettere in campo opportunità reali. Il problema è un altro. Parlare di startup è diventata una moda. Quando finirà, molti si faranno male. Gli investimenti devono essere finalizzati a sviluppi concreti e non per reggere un altro anno.



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