Come è andato il primo giorno di Spotify a Wall Street

I rischi della quotazione diretta, chi controlla ora la società, la reazione del mercato e il futuro dell'ex startup di Daniel Ek

Come è andato il primo giorno di Spotify a Wall Street 
 (Afp)
 Spotify, Wall Street al debutto in Borsa

Un po' di altalena c'è stata, ma i timori di una volatilità eccessiva si sono rivelati infondati: l'approdo in borsa di Spotify è stato (per ora) un successo. Moltiplicando così l'interesse nei confronti della strada scelta dalla piattaforma di musica in streaming: la quotazione diretta.

I rischi della quotazione diretta 

Spotify ha saltato la liturgia delle tradizionali Ipo. Non si è affidata alle banche per promuoverla, non c'è stato roadshow (il "tour" promozionale rivolto agli investitori istituzionali) ma solo una diretta streaming. E, a voler marcare la differenza, i fondatori non hanno neppure voluto suonare la campana che apre la seduta, compito che la tradizione affida proprio all'ultimo arrivato. Non c'è stata l'emissione di nuove azioni né esiste un periodo di lock-up durante il quale dipendenti, fondatori e primi investitori sono obbligati a tenersi i titoli per evitare che una spinta alla monetizzazione faccia precipitare le azioni. Semplicemente, Spotify si è presentato al mercato, lasciando piena libertà agli azionisti (di vendere) e agli investitori (di comprare). Ecco perché c'era il rischio che il titolo ballasse. È stato, in parte, così. Ma su quotazioni superiori alle attese e nonostante il comparto tecnologico stia vivendo giorni di sofferenza.

Il primo giorno di scambi

Secondo il prospetto consegnato da Spotify alla Sec, tra il primo gennaio e il 22 febbraio, le azioni sono state scambiate privatamente a un prezzo compreso tra i 90 e i 132 dollari. Per una valutazione tra i 15,9 e i 23,4 miliardi di dollari. Il titolo ha invece esordito a 165,9 dollari, si è arrampicato fino a 169 e ha chiuso a 149,01 dollari. Quindi sì, la variazione di prezzo c'è stata, ma mantenendosi comunque 17 dollari oltre la più alta valutazione data in sede privata e "pesando" Spotify 26,5 miliardi di dollari. Cioè una delle 10 maggiori quotazione tecnologiche di sempre e oltre la principale del 2017, quella di Snap.

Chi ha guadagnato, chi controlla la società ora

Con il prezzo di chiusura della prima giornata, la quota del co-fondatore Daniel Ek vale 2,3 miliardi di dollari e quella dell'altro co-fondatore, Martin Lorentzon, 3,2. Ma nel capitale ci sono anche la cinese Tencent, con una quota di 2,4 miliardi, e Sony, con 1,5 miliardi. Nonostante quote tutto sommato contenute (dell'8,8 e del 12,2%) i due fondatori hanno mantenuto un solido controllo della gestione. Detengono infatti l'80,4% dei diritti di voto. Decidono tutto loro. Per quanto sia stato innovativo il percorso di quotazione, Ek e Lorentzon sono iper-tradizionalisti nella struttura azionaria. E nonostante siano nati a Stoccolma, hanno abbracciato una prassi della Silicon Valley (da Snap a Facebook e Google): i fondatori incassano senza però mollare un briciolo di controllo. 

Le altre società tecnologiche

I numeri hanno quindi dato ragione a Spotify. La procedura, molto più snella, ha consentito di risparmiare parecchio: la quotazione diretta è costata meno della metà rispetto a un'Ipo tradizionale. Con risultati anche migliori rispetto agli ultimi esempi: Dropbox, per citare il più recente, è arrivato in Borsa con un prezzo di partenza tagliato di un terzo rispetto a quello degli scambi privati. Il caso di Spotify ha quindi aperto una strada: ha dimostrato che anche società della sua taglia possono valutare il direct listing. Anche se non è detto che sarà sempre e comunque un successo, si tratta però di un'opzione in più per le compagnie tecnologiche. Oltre alle pressioni al ribasso di questi giorni, infatti, la borsa è stata per spesso avara di soddisfazioni nel medio-lungo periodo. E risparmiare qualche decina di milioni non farebbe male. Alla finestra ci sono le prossime "quotabili" AirBnB e Uber. A perderci, in fatturato e potere, sarebbero invece le grandi banche d'affari.

Cosa c'è nel futuro di Spotify

Adesso però inizia un'altra partita. Una volta a Wall Street, le regole sono uguali per tutti. Spotify dovrà rivelare dati più dettagliati. Il mercato scandaglierà il bilancio e gli utenti attivi per capire quanto la piattaforma sia in grado di crescere. Oggi Spotify ha 159 milioni di utenti mensili attivi (cresciuti del 29% nel 2017) e 71 milioni di abbonati paganti (+46%). Sono cresciute, però, anche le perdite (da 230 milioni a 1,2 miliardi).
 
E non si sa quando Spotify inizierà a generare utili. Ek ha sottolineato che, al momento, la priorità è crescere e non fare profitti. Per non indispettire gli azionisti, però, è necessario farlo con forza. Dalla sua la piattaforma ha una solida leadership del mercato, con una quota stimata del 42%. Ma la concorrenza aumenta. E Spotify, a differenza del suo quasi omologo cinematografico Netflix non è un produttore ma solo un rivenditore. Non ha musica propria ma si basa sugli accordi con le case discografiche. E questo è un fattore che la rende meno indipendente.
 


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