Roma è diventata capitale delle startup

La decisione del governo di creare tra le mura aureliane la cabina di regia del fondo per l'innovazione porta con sé una conseguenza logica, anche se apparentemente controintuitiva. Milano dovrà vedersela con Roma 

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(Agf) 
Luigi Di Maio 

Al di là del miliardo destinato al venture capital, dell’impegno del governo a far decollare l’ecosistema dell’innovazione in Italia, della capacità di Di Maio e della sua squadra di rispondere alle richieste dell’ecosistema italiano delle startup, c’è un aspetto che più di altri colpisce di quello che è successo alla presentazione del fondo italiano, lunedì 4 marzo a Torino: Roma diventerà il cuore degli investimenti in innovazione in Italia. E lo Stato, più che il mercato, ne sarà il motore.

Non è esagerato dirlo, anche se può sembrare controintuitivo solo pensarlo. Lo dicono i dati e lo confermano i fatti. Il miliardo che il governo metterà sul venture capital avrà un ruolo determinante di Cassa depositi e prestiti e il veicolo Invitalia Ventures, che la controllata dell’economia Invitalia le ha ceduto. Il miliardo, di cui a dire la verità parte è stato investito, arriverà in due, tre anni a finanziare le startup italiane con una mossa dello stato centrale. La sede sarà a Roma, la capitale politica, rubando un po’, forse del tutto, la scena a Milano, che finora è stata la capitale più o meno indiscussa dell’innovazione.

Questo non vuol dire che a Milano non si farà più innovazione, ovviamente. Rimarrà un centro di talenti centrale e senza eguali. Ma ora la cabina di regia del mercato dell’innovazione sarà nella Capitale. E le istituzioni avranno un ruolo determinante. Cdp avrà un ruolo determinante. Come lo avrà il ministero dello Sviluppo economico. E lo Stato si farà un po’ di più Stato innovatore, per riprendere la famosa formula di Mariana Mazzuccato (Laterza 2013), intervenendo direttamente nel capitale di rischio a supporto di aziende e investitori istituzionali. Già sapevamo che le intenzioni del governo erano quelle di rendere lo Stato protagonista di una nuova era delle startup. E diversi operatori stamattina all'AGI hanno confermato un'impressione di fondo: lo Stato ha deciso di intervenire dove il mercato da solo non ce l'ha fatta, o ha fallito. 

Proprio Mazzuccato diede nel suo libro una bella definizione di venture capital. Lo descriveva così:

“Il venture capital è un tipo di private equity che si concentra su aziende agli inizi dell’attività e con elevate potenzialità di crescita. […] Il venture capital colma un vuoto di finanziamenti per le nuove imprese, che spesso fanno fatica ad ottenere credito dalle istituzioni finanziarie tradizionali come le banche e devono affidarsi ad altri tipi di finanziatori […] Queste fonti di finanziamento alternative sono importanti soprattutto per le nuove imprese della conoscenza, che cercano di entrare in settori già esistenti, o per le nuove imprese che cercano di dar vita ad un nuovo settore”.

Mazzuccato nel suo libro spiega che è lo Stato a dover svolgere il ruolo di attore principale in questo settore, e lo racconta attraverso la storia del venture capital negli Stati Uniti. Ma da noi l’esempio più vicino è quello francese. E Di Maio a Torino ha ripetuto ieri che è quello il modello che ha ispirato il lavoro del suo gruppo. Emmanuel Macron ha modellato sulla realtà francese la riorganizzazione degli investimenti pubblici in innovazione. E così ha fatto Di Maio.

Una forte cabina di regia a livello centrale, a Parigi e a Roma, e una rete sul territorio che le fanno capo, con il ruolo determinante della Banca pubblica di investimento (che di Maio ieri ha ancora una volta elogiato pubblicamente) e Cup da noi. Ed è questo forse il vero elemento di novità dell’incontro di ieri, destinato a cambiare gli assetti e le strategie di chi fa innovazione in Italia. 



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