Ragioni ed effetti  del declassamento  del debito cinese

L'impatto del 'downgrade' deciso da Moody's è soprattutto psicologico. Ecco perchè

Ragioni ed effetti  
del declassamento  
del debito cinese

L’agenzia di rating Moody’s ha operato un declassamento del debito cinese, che è passato da Aa3 a A1, con outlook stabile da negativo. Il downgrading è il primo dal 1989. Attualmente l’ammontare del debito cinese è equivalente al 260% del prodotto interno lordo, secondo i calcoli di fine 2016, contro il 160% del rapporto del 2008.

Cosa dice Moody’s

L’agenzia di rating teme che nonostante la crescita cinese sia ancora moderatamente alta, con l’obiettivo di arrivare attorno al 6,5% quest’anno, sia aumentato il rischio di default, ovvero l’incapacità del governo di ripagare il debito. “La tenuta finanziaria della Cina si eroderà in qualche modo nei prossimi anni, con un debito che continua a salire e una crescita potenziale che rallenta”. La previsione è quella di una crescita al 5%, in calo graduale, grazie anche all’intervento del governo con possibili pacchetti di stimoli fiscali. 

Moody’s spiega anche la scelta di portare le prospettive da negative a stabili. “L’outlook stabile riflette il nostro giudizio secondo cui, a un livello di rating A1, i rischi sono bilanciati”, sottolinea ancora l’agenzia di rating nella nota di accompagnamento al downgrading. “L’erosione nel profilo del credito della Cina sarà graduale e, ci aspettiamo, eventualmente contenuta con l’approfondimento delle riforme”.

Il declassamento: perché ora

A contribuire alla decisione di operare il downgrading (declassamento) del debito cinese sono intervenuti alcuni fattori elencati ai microfoni dell’agenzia Bloomberg da Marie Diron, analista di Moody’s, e che riassume come una combinazione di tre fattori:

  • Il rallentamento della crescita
  • Obiettivi fissati dal governo al di sopra delle potenzialità effettive
  • Un’economia che è ancora dipendente dagli stimoli del governo e da cui deriva un’alta leva (rapporto di indebitamento) in economia, per l’eccessivo ammontare di investimenti a credito.

Nel giudizio di Moody’s, spiega Diron, sono state considerate anche le riforme strutturali a cui la Cina sta andando incontro che potranno rallentare il livello di indebitamento delle imprese, in particolare di quelle statali, “ma non al punto da invertire la tendenza di crescita della leva” finanziaria. 

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La risposta di Pechino: downgrading “inappropriato”, ma i dubbi già c'erano

Il declassamento operato da Moody’s è stato accolto con forti critiche da parte del Ministero delle Finanze cinese. In particolare, da Pechino si sostiene che il declassamento sopravvaluti i problemi finanziari della Cina e sottostimi, invece, la portata delle riforme strutturali dell’economia che l’attuale amministrazione guidata dal presidente cinese, Xi Jinping, sta varando.

La metodologia applicata per il giudizio finale di Moody’s viene definita “inappropriata” perché non tiene conto dell’approfondimento delle riforme. Più pacata, invece, la risposta della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’agenzia del governo che si occupa della pianificazione economica: il debito cinese non è alto in termini assoluti, se paragonato a quello delle economie sviluppate, a cominciare dagli Stati Uniti o dalla Gran Bretagna.

In realtà, dietro la replica del governo, i dubbi avanzati da Moody’s erano già presenti da tempo all’interno della classe dirigente cinese.

  • Il mese scorso, una riunione del Politburo del Partito Comunista Cinese, il vertice allargato a 25 membri, aveva sottolineato la necessità di affrontare i rischi del sistema finanziario, e lo stesso presidente, Xi Jinping, si era espresso in maniera molto chiara sulla questione. “Salvaguardare la sicurezza finanziaria è una questione fondamentale e strategica per lo sviluppo sociale ed economico della Cina”. Anche nel linguaggio paludato della politica cinese si può intravedere un segnale d’allarme che sarebbe emerso, più chiaramente pochi giorni dopo.
  • Il 1 maggio, la banca centrale cinese aveva suonato un altro campanello d’allarme. Il direttore dell’Ufficio di Ricerca dell’istituto che regola la politica monetaria di Pechino, Xu Zhong, aveva apertamente dichiarato che il pericolo di leverage soprattutto nel settore finanziario cresce “a un ritmo allarmante” in Cina, anche se aveva escluso ripercussioni sulla tenuta del settore bancario. La ricetta proposta da Xu, sintetizzabile nella frase “riforme, non salvataggi”, non sembra, però, così semplice da applicare.
  • L’ex ministro delle Finanze, Lou Jiwei, noto per essere un uomo che ama parlare chiaro aveva sottolineato poche settimane prima che l’alto livello di leva nel sistema finanziario cinese è il più grosso problema da affrontare per il governo, perché il debito è cresciuto nonostante gli sforzi per contenerlo e per ridurlo.
  • Secondo i dati del primo trimestre, sono diminuiti i prestiti erogati dalle banche e dalle altre istituzioni finanziarie a causa di una stretta nella liquidità da parte della banca centrale, che nel primo trimestre ha di fatto innalzato per due volte i tassi di interesse (l’ultima volta fu nel 2013): la prima volta a febbraio, al termine della settimana di ferie per il capodanno cinese, e la seconda volta a marzo, dopo la decisione della Federal Reserve statunitense di innalzare di un quarto di punto di tassi di interesse sul dollaro.

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Una Cina schiacciata dal debito? Non proprio

Il declassamento arriva in un momento delicato della vita politica cinese, a pochi mesi dal Congresso del Partito Comunista, previsto nella seconda metà del 2017, che sancirà il rinnovo della classe dirigente ai massimi livelli, (con l’esclusione, data per scontata da tutti gli osservatori, del presidente cinese, Xi Jinping). Il downgrading arriva come un “colpo psicologico” alla credibilità della classe dirigente cinese e alla reale efficacia delle riforme che il governo sta mettendo in campo, ha spiegato Christopher Balding, professore associato alla Hsbc School of Business dell’Università di Pechino a Shenzhen, nel sud-est della Cina. 

Le ripercussioni potrebbero essere più contenute di quanto si immagini: il debito cinese è detenuto soprattutto da investitori statali ed è quindi in gran parte interno; quello esterno è intorno al 12%, secondo i calcoli del Fondo Monetario Internazionale. L’eventuale default, in sostanza, non sarebbe così rischioso come nel caso del default di una nazione il cui debito è detenuto soprattutto da investitori internazionali.

Molti analisti, però, vedono allo stesso tempo crescere le possibilità di un salvataggio delle banche da parte del governo nel prossimo futuro, per l’ammontare dei crediti deteriorati nelle pance degli istituti finanziari cinesi: uno scenario, questo, già previsto, a settembre scorso, dalla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea che aveva lanciato l’allarme sui rischi di una crisi del sistema bancario cinese per l’eccessiva crescita del credito rispetto al prodotto interno lordo.